Nostalgie - L’istante e la durata del tempo
Mostra collettiva d'Arte contemporanea

recensione di Jizaino, 3 maggio 2008


"Nostalgie. L’istante e la durata del tempo"
Collettiva d'Arte contemporanea internazionale - fotografia, Videoarte, scultura, installazione, Arte digitale.
Museo d'Arte contemporanea Villa Croce - Genova
dal 13 marzo al 25 maggio 2008


Sull'indugiare della Vita

Una tranquilla e tiepida giornata di primavera è stata l'ideale cornice per visitare questa esposizione collettiva di artisti contemporanei riuniti per parlare di nostalgia.
Il tema proposto richiede una certa predisposizione d'animo, una voglia di approfondire i sentimenti propri e quelli degli altri. Il contesto quieto e rilassante del Museo Villa Croce è ideale per raggiungere quella tranquillità con cui affrontare la mostra, dimenticando il frastuono della grande città.

L'esposizione ci accoglie in un'atmosfera sospesa e diafana, tra il candore dei locali unito all'algidità delle prime opere che si incontrano nel percorso.


Roni Horn, "Doubt by water (Where)", 2003-2004

Come ad esempio le opere fotografiche di Roni Horn, che abbina ritratti di un ragazzo dall'aspetto nordico e scene con ghiacci, a immagini delle acque del Tamigi sul retro di ogni stampa. Queste opere di Horn sembrano voler proporre un atteggiamento distaccato verso una tradizione, verso la nostalgia per qualcosa che in realtà è sporco e contaminato, e nasconde misteri ripugnanti, come i freddi flutti delle trascurate e cupe acque del Tamigi; come per rivelare l'altra faccia oscura e nascosta dell'apparenza.

Le gelide e turbinose acque del Tamigi, così come l'algidità di queste opere, sanno evocare anche quella latente consapevolezza di un fine esiziale, che accompagna inevitabilmente tutto ciò che vive; questa sensazione si trova anche nei noti autoritratti di Roman Opalka, che proseguono in questo senso lungo un filo conduttore.


Roman Opalka, Installazione di "Détail - photo 2.076.559... 1965 / 1-∞"

Dal 1965 Opalka realizza un autoritratto fotografico al giorno, alla fine di ogni sessione di pittura che consiste nel dipingere numeri da 1 a infinito usando colori sempre più chiari.
Così come i suoi dipinti di numeri che tendono ossessivamente all'infinito, anche i suoi ritratti stanno lentamente diventando sempre più diafani e sbiaditi; difatti l'Artista, che oggi ha 77 anni, si è prefisso di raggiungere il momento in cui dipingerà il numero 7.777.777 in bianco su bianco e di essere a quel tempo ancora vivo.
Ma quando ci arriverà, come ci si può augurare, cosa succederà dopo?

La cognizione soggettiva del tempo che passa sembra essere il soggetto della stanza successiva.
La suggestiva opera "Forse noi stessi" (2006) di Tullio Brunone è un'installazione che non può essere rappresentata da una fotografia, ed è costituita da uno specchio che al suo interno mostra una latente immagine di noi stessi solo nel momento in cui ci muoviamo; essa sembra rammentarci che nell'immobilità non esistiamo e che il tempo può solo scorrere, pertanto dobbiamo muoverci insieme a esso.

E il tempo è anche l'artefice dello sbiadimento della memoria nell'opera "Madammeke" (2006) di Kelly Schacht, che cela un velatissimo ritratto, come un vaga immagine mentale ormai annebbiata.
Lo stesso senso di vacuità lo si prova di fronte ai luoghi che Hiroshi Sugimoto propone nelle sue stampe fotografiche in gelatina d'argento: luoghi desolati quanto evocativi.


Hiroshi Sugimoto, "Chapel of Notre Dame du Haut (Le Corbusier)", "Stadium Drive-In, Orange", "Mirtoan Sea, Sounion"

Nella stessa stanza è anche presente una versione ridotta di una delle inquietanti opere di Beatrice Pasquali; anch'essa, con una ripetizione di cloni, sottolinea l'eterno progredire nel tempo dell'umanità.


Beatrice Pasquali, "Tavola delle Fiandre", 2003

La mostra presenta anche due stampe della fotografa giapponese Kaoru Izima, che certamente sono adeguate alle atmosfere della mostra, ma che, isolate, forse non rendono completamente onore all'esteso e interessante lavoro dell'Artista, il quale è imperniato su una demolizione iconoclastica del mondo illusorio della moda, contrapponendolo alla fredda disillusione provocata dalla morte.


Kaoru Izima, "Kimura Yoshino wears Alexander McQueen #483", 2007

Nelle fotografie di Izima i corpi delle modelle diventano parte integrante dell'ambiente che li circonda, spesso imprigionati in schemi di colori complementari. Ormai senza vita quelle spoglie non sono altro che involucri vuoti, come i vestiti che li coprono, perciò diventano parte del luogo, che diventa il vero protagonista di ciascuna opera.

Di luoghi parlano anche le opere di James Casebere. Sono inquietanti e misteriose fotografie di luoghi della memoria, opprimenti come l'aria che sembrano contenere, ma fortunatamente distanti, vaghi.


James Casebere, "Untitled (Hospital)" (dettaglio), 1997

La mostra propone altri artisti e molte altre opere, tra cui diversi video, che offrono un ampio panorama sul mondo dell'Arte contemporanea, adeguato a chi cerca momenti di sereno abbandono alle proprie sensazioni intimiste.

Per concludere riporto una delle frasi citate nell'opera scultorea "Le ossa di Shelley" di Federico De Leonardis:

"Il tempo è il fiume degli avvenimenti, una corrente violenta.
Non appena qualcosa si mostra, subito viene portata via; un'altra la rimpiazza, ma anch'essa viene spazzata via." - da "Colloqui con se stesso" di Marco Aurelio



Jizaino -