JCE - Jeune Création Européenne 2006-2007
Salone della giovane creazione europea

recensione di Jizaino, 19 marzo 2007




Giovane creazione europea: forse è un titolo molto impegnativo, da cui ci si aspetta di avere un punto di vista panoramico sui nuovi movimenti della futura generazione artistica del vecchio continente.

Il Salone è alla sua seconda edizione, e quest'anno ha incluso la rappresentanza artistica della Lituania, oltre alle nazioni della prima edizione: Austria, Francia, Italia, Portogallo e Spagna.
Le nazioni che hanno aderito al Salone sono ancora poche per poter dire di avere un panorama sull'Arte europea, ma aspetteremo di visitare le prossime edizioni sperando in un numero maggiore di adesioni.

Europa: il vecchio continente, culla di tanta civiltà e cultura; cosa è rimasto nelle nostre menti? Come vive quest'eredità la sua anima più nuova?

Sin dalle prime impressioni il Salone accoglie con opere che esprimono un certo disagio.
Non si tratta del solito "disagio giovanile", frase trita che tutti usano quando si parla di giovani, ma di un disagio espresso per mezzo degli inoccultabili mostri e le ingombranti macerie della nostra stessa civiltà moderna.
La mostra è piuttosto varia, siccome presenta le opere di una sessantina di artisti, ma in generale prevale questo senso di necessaria e silente inquietudine, evidente nelle immagini e nelle parole.

"Apocatastasi"Questa sensazione è piuttosto esplicita nelle fotografie "Apocatastasi" dell'italiano Angelo Spina, che mostrano dei moderni appartamenti in sfacelo; oppure nelle deliziose fotografie "After" ("Dopo") di Joana Deltuvaite, dalla Lituania, che mostrano i particolari sudici degli oggetti di consumo quotidiano.
Simone Martinetto è l'autore della serie di fotografie intitolata "Senza la memoria": esse mostrano l'ambiente costellato di promemoria dove vive con la nonna Valentina, la quale è affetta da una totale smemoratezza causata forse dai medicinali e da un elettroshock.


"After" "Senza la memoria"

Nel reparto dedicato alla Francia altre opere ci ricordano il decadimento e la morte, rappresentati tramite le cose dell'uomo, sia come inediti memento mori o come moderne vanitas; come nel caso dell'opera "Allumette 1" di Zhe Fan in cui una serie di fiammiferi bruciati e contorti, fortemente ingranditi, mi fanno quasi sovvenire l'immagine di tanti scheletri e teschi anneriti; oppure la serie di scarpe da ginnastica usate dipinte da Timotee Mahuzier; anche l'opera "A un fil - VIII" di Clementine B mostra la fragilità della vita contrapponendo un pesce aguglia e la sua lisca dopo l'avvenuto diliscamento.
"Vanité"Ma soprattutto è l'opera "Vanité" di Rebecca Bournigault a essere la più schietta ed espressiva: essa ci mostra tre teschi abbozzati con pittura acrilica nera e impreziositi da paillettes sottili, forse a significare che la nostra società è riuscita ad assimilare la morte alla logica del consumo, con la sua edulcorata esistenza.
Quest'opera di Rebecca Bournigault è stata dipinta nel 2006, anno precedente a quello in cui Damien Hirst ha realizzato il suo famoso teschio tempestato di diamanti. A proposito: già nel 1993 John LeKay aveva realizzato un cranio ricoperto di cristalli, tanto che si è lamentato di Hirst, il quale sembra che non sia la prima volta che  "ruba" idee al suo ex amico. In ogni modo il teschio di Hirst è molto vicino al significato dell'opera di Bournigault. Con ciò vorrei dire che le contaminazioni tra artisti sono molto frequenti, in quanto dovute anche all'immaginario collettivo, e altre volte sono sinonimo di ammirazione; ovviamente c'è anche chi lo fa solo per interesse speculativo.

Anche la Spagna propone le proprie Vanitas: sono le fotografie di Bettina Brotons, intitolate con un esplicito e quasi ingenuo "Schönheit vergeht" ("La bellezza è transitoria"); ennesimo trauma causato dall'illusione che si schianta nel passaggio alla consapevolezza.

"Kristallo und Fäkalien"Dopo il romanticismo delle Vanitas, una presa di posizione più decisa sembra giungere dall'austriaco George Frauenschuh, che ci propone due dipinti sottotitolati con un autoesplicativo "Kristallo und Fäkalien" ("Cristallo ed Escrementi"); feci e cristalli, due cose della natura che forse potrebbero sembrare antitetiche, eppure entrambi forme casuali e irripetibili; questo confronto, in un contesto cosmico distante dalla dimensione umana, porta a meditare su cosa sia davvero il bello e il brutto, il bene e il male.

Si arriva quindi alle opere "Time zones" ("Fusi orari") e "Place in time" del portoghese Miguel Soares che realizza questi video con una grafica tridimensionale primitiva, ma perfettamente adatta al genere di opere che definirei di "attivismo informativo". Spesso le sue opere sono inerenti la percezione di realtà oggettive e la cognizione di tempo, spazio ed eventi tramite esempi e misurazioni.

La lituana Goda Venslovaite propone l'installazione "Where everything starts?" ("Dove tutto comincia?"), composta da tante borse di tela bianca su cui sono scritte alcune frasi proposte dagli spettatori; è interessante notare come anche le frasi sembrano essere dominate dall'indeterminazione dell'individuo moderno e dallo stereotipo, ad esempio: "It's friday again, and i haven't done anything good yet...", "I decided to take a black car though" o un trito "Sex is good, but good sex is better" degno dei ragionamenti lapalissiani di Massimo Catalano. Ma ci sono anche pensieri più riflessivi quali: "How to dispose of boredom during the job?" e "Be open. That confounds people. And the moment comes when your truth will rise like golden dust and creep under the masks of others".

In una stanza dedicata ad alcuni video di artisti spagnoli, un'atmosfera a luci attenuate ci offre anche momenti di pausa e riflessione.
"Temptejos" è l'opera surreale di Monica Febrer scandita dal ritmo lento e delicato di una ruspa che gioca in un cantiere con un colorato pallone da spiaggia. Febrer nelle sue opere sembra affrontare il tema dell'inadeguatezza o l'impossibilità del confronto tra dimensioni troppo diverse.
Inquietante il video di Marti Sola "Dinner at the family house" ("Cena a casa dei familiari"); esso presenta lo stillicidio della tensione psicologica in un nucleo familiare regolato da freddi rapporti; ma dopo possiamo rilassarci osservando la quieta distesa d'acqua di "Paisatge XV" di Jordi Morell, o contemplando Marta Fontana Forcadell mentre crea un bozzolo fatto a maglia stando idealmente chiusa in una scatola provvista di fori per essere spiata.

"Temptejos""Paisatge XV""Dinner at the family house"

La particolare atmosfera intimista e riflessiva che pervade la mostra è rotta qua e là da altre opere dalla caratteristica parvenza patinata tipica del virtuosismo estetico e dell'esercizio di stile. Come ad esempio le fotografie del francese Christian Lartillot che sono perfettamente adatte (forse sarebbe meglio dire adattate) agli standard delle riviste di alta moda.

Tralasciando le tante altre opere che non mi hanno mosso al sempre necessario approfondimento, vorrei arrivare all'opera premiata dalla manifestazione per il 2007: si tratta di "Wobbel" dell'austriaco David Moises. Si tratta di una installazione, con cui si può interagire, costituita da piccoli divani pneumatici realizzati con materiali  industriali e comunicanti tra di loro, per cui standoci seduti si avverte quando qualcun'altro si siede su un altro divano collegato.

"Wobbel"

Quindi concludo con l'opera che personalmente avrei premiato: "The Mirror Suitcase Man" ("L'uomo dalla valigetta-specchio") del portoghese Rui Calçada Bastos.
Si tratta di un video, e una stampa fotografica, di un uomo che percorre vari ambienti recando una valigetta dalle superfici a specchio, la quale riflette il paesaggio circostante.
L'opera è assolutamente adorabile per la semplicità dell'idea che sa però creare un'atmosfera sofisticata ed evocare un profondo stato di estraniazione; come le prime opere cinematografiche dei Surrealisti. La valigia, simbolo di viaggio e di transitorietà, di impermanenza dell'essere, riflette l'ambiente circostante dinamicamente e senza mai conservarne il ricordo; come un individuo che, svuotato del proprio se o chiuso in sé, è ormai solo un riflesso condizionato dal mondo esterno.
L'opera è stata completata nel 2004; potete vedere la stampa lambda di 100 x 120 cm all'inizio di questo articolo, e alcuni istanti del video nell'immagine seguente.

"The Mirror Suitcase Man"

Jizaino -