Viva Las Venice
Recensione della 57ª Mostra Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia

recensione di Jizaino, 30 dicembre 2017





57ª Mostra Internazionale d'Arte
Viva Arte Viva
13.05 - 26.11 2017
Venezia - Giardini, Arsenale e sedi varie

Ingresso: 25 €

http://www.labiennale.org/it/arte/




Prefazione

Lo strano titolo è un gioco di parole con "Viva Las Vegas", il frivolo musical con Elvis Presley a Las Vegas, la città del divertimento, proprio come la Venezia d'oggi: un parco a tema. Mi meraviglierei se qualcuno alla Biennale si interessasse mai a Venezia che diventa sempre più una gigantesca macchina per intrattenere i turisti; credo di no.



Ma leggendo il testo introduttivo all'entrata del Padiglione Centrale, sembra come se la Biennale Arte avesse letto le nostre recensioni critiche alle passate edizioni; ma non penserei mai che possano aver preso in considerazione il nostro umile parere, comunque questa volta hanno adottato, almeno apparentemente, la mia opinione: questo mondo è pesantemente segnato e sconvolto da profonde crisi e ineguaglianze.
Finalmente hanno notato che il mondo sta andando male, quindi gli artisti dovrebbero occuparsene portandoci nuove visioni e soluzioni, quindi hanno detto che questa edizione venne pensata permettendo agli artisti di esprimersi più liberamente, senza una tematica precisa. Suona bene, ma ciò sembra la ragione, o il pretesto, della debolezza curatoriale: hanno lasciato gli artisti liberi proprio quando avrebbero dovuto dirigerli dritti verso i temi urgenti, chiedendo un impegno per le specifiche problematiche.
Sì, trovo questa edizione abbastanza debole, credo che non concentrando l'attenzione sull'analisi dei problemi possa essere imputabile di scarsa determinazione, pigrizia, o peggio di preferire che le cose rimangano così.
Gli artisti non devono arrendersi di fronte agli eventi, come fanno le masse, perse senza volontà di affrontare il potere, giocando con briciole di intrattenimento consumistico come i social networks, gli smartphones, i reality show e tutta la spazzatura dalla falsa informazione televisiva, tutta gente che giace su una dolce vanità, confortevoli e avvolgenti paludi dove perdere la ragione e annegare la paura di opporsi agli oppressori.
Considerando la rara presenza di una curatrice femmina, questa è stata un'altra occasione persa per dare prova della forza creativa delle donne.
Una volta emerso, un problema non si risolve con un titolo entusiastico, ma cercando le origini, evocando i danni, le ragioni, ciò che non va, sollevando l'opinione pubblica, loro hanno il potere di farlo, ma… nulla.

La Biennale Arte sfoggia un nuovo record: oltre 615.000 visitatori, un enorme affare, la mostra più vista in Italia. Ma dovremmo considerare altri dati: in realtà è Venezia ad aver fatto il record di visitatori, continuamente in aumento anno dopo anno; inoltre a Venezia si è visto un minor numero di eventi collaterali e quasi nessun evento indipendente non ufficiale a ingresso gratuito, così si può capire che gli appassionati non avevano molte chance di soddisfare la loro sete d'arte se non pagando l'ingresso alla Biennale: in tempi di crisi il più grosso piglia tutto.
Con orgoglio, ho contribuito a uno di quei pochissimi eventi indipendenti a Venezia, che ha provato a contrastare i problemi suddetti, mentre la Biennale contava i soldi.

Questa Biennale ha avuto la lodevole iniziativa di disporre alcune tavole rotonde aperte al pubblico in cui gli artisti potevano discutere riguardo la loro espressione, cosa fanno e perché, continuate con video di profili personali disponibili online. Questo è un tentativo di diventare più interattivi, mettendo un'antica, solida e un po' sclerotica istituzione come la Biennale in ardua comparazione con la turbolenta e travolgente vivacità di internet. Comunque, essendo impossibile che i visitatori potessero presenziare a tutti gli eventi, ciò rimane un tentativo in parole di relazionarsi con la gente, di comunicare bidirezionalmente col pensiero collettivo.





Il Padiglione Centrale

Il curatore Christine Macel ha voluto che gli artisti si esprimessero più liberamente, senza una tematica principale imposta, ma in pratica un'impronta dominante è sempre presente come al solito, forse per l'inerzia acquisita dagli artisti in anni di propaganda, forse per direttive non dichiarate, la mostra ha spesso applicato il grande trio di diktat d'oggi: migrazione, riciclo, normalizzazione. Celato o no, sentiamo sempre la stessa voce da una unilaterale visione politica che predica gli interessi delle élite globali: il dislocamento delle mandrie di lavoratori umani, l'affare degli schiavi che riciclano materie prime, il contenimento del dissenso rendendolo sistematico attraverso la relativizzazione dissonante e l'intrattenimento.
Ben sperando, la colpa non è degli artisti isolati ignari che le loro poetiche personali sono usate per gli scopi di un più grande disegno.

Anno dopo anno il numero di installazioni per l'intrattenimento e di cose pseudoartistiche che piacciono agli insensibili all'arte è cresciuto; potete notare questa tendenza appena entrati al Padiglione Centrale guardando l'installazione "Green Light" di Olafur Eliasson che, con l'aiuto dei coloratissimi disegnini del Primo Ministro albanese Edi Rama, offre ai visitatori qualcosa che chiamerei design consumistico in un chiosco fieristico in cui si vendono lampade in stile Ikea e souvenir per ravvivare il soggiorno. Per favore non uccidete l'Arte.
E ovviamente l'artista collabora con ONG che aiutano i migranti in fuga dai conflitti, allineandosi con i diktat delle élite ma mai protestando la vergogna della guerra, mai esaminando le cause, mai denunciando le élite che trafficano armi e pianificano quelle guerre.
Appena entrati al Padiglione Centrale ai Giardini, connotato da un'atmosfera di fiacca staticità e scarsezza, potete anche vedere un tipo di artisti promosso in questa edizione: l'artista dormiente, che ha, come indicato nel testo d'introduzione del Padiglione, uno status  sociale che gli permette l'agio, di perdere tempo e indugiare nell'Otium (ozio). Ma in realtà ciò non è vero, nella maggior parte dei casi gli artisti non sono ricche e pigre persone disinteressate al mondo, distaccate dai problemi della società.


Yelena Vorobyeva e Viktor Vorobyev, "The Artist is Asleep" (L'Artista Dorme), 1996, installazione tecnica mista

Mladen Stilinović, "Artist at Work" (Artista al Lavoro), 1978 / 2017
Otto stampe alla gelatina d'argento



Altri artisti allineati ai diktat citati sono: l'illusionista, cantastorie e pifferaio magico che inganna con un trucco, Søren Engsted, e l'artista estatico che vi invita a intrattenervi catatonicamente con la bellezza che abbiamo intorno ovunque, o almeno dei suoi frammenti, gustando e immergendosi nella semplicità, Lee Mingwei.
Ma lo Zen è una seria disciplina morale e filosofica, non una frivolezza mondana per bendarsi gli occhi come figurato oggi nei mass media dall'inettitudine intellettuale del pensiero moderno.


Søren Engsted, fotogramma da "Levitation", 2017
Video, colore, suone, 12’18”

Lee Mingwei, "When Beauty Visits", 2017
Installazione performativa continuativa



Fortunatamente, al Padiglione Centrale potete sempre trovare esempi di arte appassionata e determinata, la mia preferita è stata la performance "Tightrope" (Corda funambolica) di Taus Machacheva, che sposta molti dipinti tra due colline, portandoli in bilico su una corda per funamboli sopra il precipizio.
Questa performance è l'allegoria perfetta della relazione tra le masse e l'arte, la quale finisce dentro un archivio di museo, tenuta lontano dalla gente, seguendo un percorso elitario rimanendo distaccata dal mondo, il quale a volte magari la considera come un intrattenimento.


Taus Machacheva, "Tightrope", 2015
Video HD, colore, suono, 58’10”





Ai Giardini

Come il Padiglione Centrale, anche le altre partecipazioni nazionali ai Giardini sembravano seguire la propaganda istituzionale come al solito, come le installazioni intitolate "Peace on Earth!" (Pace in Terra!) di Gyula Várnai per il Padiglione Ungherese, inscenando la trita perpetrazione di utopie, rinnovando quelle del passato riconvertite per la situazione contemporanea: un altro artista dormiente, che preferisce tenere le idee in una condizione di eterno sogno.

Molto buono, solido, pregnante e importante era il Padiglione Tedesco che accoglieva "Faust" di Anne Imhof, che riporta il tema dell'anticapitalismo fino alla primaria relazione tra l'Uomo e la Natura, anche se un'opera come questa potrebbe essere un po' ipocrita essendo ospitata da una Biennale nutrita dalla stessa colpevole economia moderna. Mi aspetterei e preferirei vedere una performance così in qualche mostra indipendente autofinanziata e underground, e dopo tutto potete trovare una rappresentazione come questa ogni giorno, ovunque, per le strade, tra la gente comune.

Molto buono e incisivo il Padiglione Uruguaiano "La Ley del Embudo" (La Legge dell'Imbuto) di Mario Sagradini, un recinto in legno rappresentante l'inequità sociale in questo mondo in cui le masse umane sono considerate animali d'allevamento, ma anche evocandomi la gestione tragicomica delle masse turistiche coi tornelli a biglietto, più di una volta proposti per Venezia.


Mario Sagradini, "La Ley del Embudo", 2017, legno


Inquietante e mesmerica, il Padiglione Russo "Theatrum Orbis" ha presentato una grande installazione scultorea di Grisha Bruskin.



 
Grisha Bruskin, viste dell'installazione multi-figura "Scene Change" (Cambio di Scena), 2016-17


Molto interessante e bello il Padiglione della Korea del Sud, guardando di nuovo alla nostra cultura occidentale, sembra prendersene gioco; meritatamente, non riferendomi alla nostra arte, ma alla nostra società nell'insieme.


Cody Choi, "The Thinker" (Il Pensatore), 1995-96, carta igienica, Pepto-Bismol,legno, stucco
Cody Choi, Foto Senza Titolo 03, 1994, stampa cromogenica

Cody Choi, "Episteme Sabotage - Shit" (Sabotaggio d'Episteme), 2014
Olio su tela, tessuto, filo






All'Arsenale

La performance "Sharpening a MacBook Air" (Affilare un MacBook Air) di Shimabuku è molto piacevole: non solo un esperimento divertente, ma uno spietato attacco a uno dei primi assi nella manica del sistema economico, la tentazione.


Shimabuku, "Sharpening a MacBook Air", 2015
MacBook Air con manico, vetrina, video HD, colore, audio stereo, 2’05”


Shimabuku, "Oldest and Newest Tools of Human Beings" (I Più Antichi e Più Nuovi Utensili dell'Essere Umano), 2016
Quattro preistoriche asce in pietra, quattro smartphone, vetrina con vetro


"Stained Glass"  (Vetrata) di Peter Miller smaschera la funzione dell'arte e dell'artista come mistificazione e mistificatore, proiettando un film attraverso un proiettore senza l'obiettivo, creando un'immagine flebile, latente e ipnotica, suggerendo l'importanza del nulla nella definizione del tutto.


Peter Miller, "Stained Glass", 2014
Film 16 mm, musica di Toby Driver


A pochi passi di distanza e concettualmente simile, "Traces" di Nevin Aladağ, una performance "senza pilota".


Nevin Aladağ, "Traces" (Tracce), 2015
Installazione video HD a tre canali, colore, suono, 6’03”


Al Padiglione del Latvia, l'installazione "What Can Go Wrong" (Cosa Può Andare Storto) di Miķelis Fišers suggerisce che la verità potrebbe nascondersi da qualche altra parte, ridicolizzando l'intero panorama di tematiche esoteriche e miti riguardanti le origini dell'umanità, con le sue fedi, dei, divinità, demoni, alieni e racconti; c'era anche un'installazione luminosa che misurava 6 x 6 x 6 metri.


Miķelis Fišers, "Reptilians Heal Sterilized Mermaids from Depression on the Sinai Peninsula" (Rettiliani Guariscono Sirene Sterilizzate dalla Depressione sulla Penisola del Sinai), 2017
Legno, pittura lucidata, incisione, 21 x 29.5 cm

Miķelis Fišers, "Grey Aliens Semen-Milking Captured Pacifists at Area 51, USA"
(Alieni Grigi Mungono Seme a Pacifisti Prigionieri all'Area 51), 2017
Legno, pittura lucidata, incisione, 21 x 29.5 cm



Miķelis Fišers, "Fallen Angels Humiliate Unfaithful Preachers on the Fourth Circle of Hell" (Angeli Caduti Umiliano Predicatori nel Quarto Cerchio dell'Infermo), 2017
Legno, pittura lucidata, incisione, 21 x 29.5 cm

Miķelis Fišers, "Multidimensional Entities Cut Up Their Avatars Before Evacuation from Planet Earth" (Entità Multidimensionali Fanno a pezzi i Loro Avatar Prima di Evacuare il Pianeta Terra), 2017
Legno, pittura lucidata, incisione, 21 x 29.5 cm


Al contrario, al vicino Padiglione Irlandese "Tremble Tremble" (Tremate Tremate) di Jesse Jones, drammaticamente e paurosamente evoca antichi atteggiamenti femminili riguardanti il concetto di "In Utera Gigantæ" in un tentativo di contrastare un sistema legislativo che abusa del corpo femminile, il quale in questa è usato invece come un feticcio apotropaico contro la paura.


Jesse Jones, "Tremble Tremble", 2017
Installazione di cinema espanso performativo


Negli ultimi anni abbiamo visto la nascita di un nuovo tipo di opere installative che usano muffe vive, e in questa Biennale ce n'erano diverse, che allertavano i visitatori che in quei locali spore potenzialmente allergeniche potrebbero essere inalate. La più potente e drammatica è "Imitazione di Cristo" di Roberto Cuoghi: un'enorme collezione di forme del Cristo crocifisso realizzate con materia organica sottoposta a diversi processi di decadimento e alterazione, appese ai muri, dentro tende da rischio biologico o stesi su lettini per autopsia. L'installazione, un chiaro riferimento all'omonimo libro antico, fa letteralmente a pezzi l'immaginario materialistico dell'iconografia sacra che raffigura un Gesù morto, promuovendo una visione più spirituale sui risvolti del Cristianesimo.


 
Roberto Cuoghi, viste dell'installazione "Imitazione di Cristo", 2017


Il Padiglione Cinese, più che nelle precedenti edizioni, è così interessato a proporre una solida identità del proprio paese che gli artisti scompaiono dentro una sorta di Wunderkammer che evoca l'atmosfera che provi in caotici bazar di cineserie.

Come spesso è successo, anche quest'anno considero il "Giardino delle Vergini" il miglior "padiglione" all'Arsenale: forse per la mia empatia con la natura e gli spazi aperti, forse il suo genius loci, forse i suoi decrepiti locali al chiuso, le opere presenti qui sono molto evocative, non molto visitate quindi facilmente godibili indisturbati.
Per esempio, i video dei paesaggi onirici costruiti da Zhou Tao con consumistiche elettrodomestici, o la memorabile performance "Broken Fall (organic)" (Caduta Interrotta) di Bas Jan Ader.


Zhou Tao, fotogramma da "The Worldly Cave (Fan Dong)", 2017
Video 4K HUD monocanale, colore, suono, 47’53”

Bas Jan Ader, "Broken Fall (organic)", 1971
Film 16 mm, 1’44”


Infine c'era un'interessante installazione "The Tyranny of Consciousness" (La Tirannia della Coscienza) di Charles Atlas, che con candida poesia, superiore analisi tra l'esiziale e il sarcastico, evoca la mai abbastanza discussa questione sulla dannazione che ingrassa profondamente e fa funzionare il tritacarne della nostra società.



Charles Atlas, "The Tyranny of Consciousness", 2017
Installazione video a cinque canali, colore, audio: Helm e Lady Bunny, 23’44”





In giro per Venezia

Proprio adiacente ai Giardini, il Padiglione Tailandese era molto bello, con Somboon Hormtientong interprete in "KRUNG THEP Bangkok", una mostra riguardante il contrasto tra il consumismo moderno e l'eredità della tradizione, denunciando l'evidente appiattimento culturale.


Somboon Hormtientong, "Bang Rak" (dettaglio), 2015
Matita a carboncino su carta, 164 x 112 cm

Somboon Hormtientong, "Krung Thep Bangkok", 2017
Matita a carboncino su carta, 82 x 112 cm


Somboon Hormtientong, "Krung Thep Bangkok" (viste dell'installazione), 2017, materiali vari (contenitori di plastica, legno, ceramica, marmo), dimensioni variabili. Materiali vari (cassa di legno, buddha inciso), 70 x 100 x 80 cm


Molto piacevole e profondo, il favoloso video "Spite Your Face" diretto da Rachel Maclean eviscera i fondamenti del consumismo e della mercificazione, la bugia, attraverso la metafora dell'italiano Pinocchio collodiano.



Rachel Maclean, viste dell'installazione e fotogrammi da "Spite Your Face", 2017, audiovisivo


Essendo un'enorme collezione eterogenea senza una precisa regia o una specifica tematica socio-culturale, "Personal Structures" a Palazzo Mora offriva molte opere veramente libere, molto utili a meditare sul mondo di oggi. Per prima "FUCK YOURSELF ART" (ARTE-FOTTITI), un'installazione di un sedicente fondatore John Doe (il Tal dei Tali anglosassone), che ha prodotto un eccellente manifesto che mi piacerebbe se fosse stato scritto da me, il quale anche se prolissamente esprime il dissenso per l'attuale mercificazione dell'Arte; in fatti ho sempre riassunto il mio pensiero col motto "L'Arte non ha bisogno dei limiti del mercato".
Anche i liberatori dipinti della serie "Screams" (Grida) di Daniel Pešta erano molto interessanti.




(Iscrizione sul muro, traduzione dello scrivente)

“Cosa significa ARTE Oggi?

Questo è per quelli che
vedono l'Arte diversamente. Loro
non si curano del pensiero
dell'Artista e non hanno
rispetto per il Mondo dell'Arte.
Possono citare, possono
rifiutare, o glorificare con Basse
e Alte stime.

Questo è per i Ciechi. Le Stime
di Mercato non cambiano mai
l'Arte, loro fanno
scappare il collezionista.
Il contenuto può cambiare il
Mondo dell'Arte, i casinisti
commerciali no.
E mentre gli Amanti dell'Arte possono
riconoscere l'evoluzione della
storia dell'Arte, quelli che
guardano all'Arte vendita a
Prezzi d'Asta stanno fottendo
Se Stessi.
John Doe, viste dell'installazione di "FUCK YOURSELF ART", 2017, manifesto


Daniel Pešta, "ELECTION" (ELEZIONE), 2016/2017, acrilico su tela, 270 x 180 cm


Daniel Pešta, "SCREAM NO. 1" (GRIDO N. 1), 2015/2016, acrilico su tela, 220 x 170 cm


Alla mostra "Personal Structures" presso Palazzo Bembo c'era la meravigliosa scultura "King Kong Balls" (Palle di King Kong) di Denis Defrancesco che mi sembra come un'ovvia allegoria della megalomania ed egocentrismo dell'essere umano che pensa più col suo organo sessuale che col cervello.


Denis Defrancesco, "King Kong Balls", 2016-2017, bronzo lucidato a specchio, ~ 168 x 70 x 75 cm


Il Padiglione Libanese "Šamaš - Sun Dark Sun" (Samas - Sole Nero Sole) di Zad Moultakaera spettacolare. L'enorme installazione presentava una coreografia temporizzata che univa totale oscurità, luce, voci, fragori di guerra, un gigantesco motore jet Rolls Royce Avon MK 209 e una costellazione di 150.000 monete libanesi, a formare una disperata, impressionante e convincente denuncia contro la guerra. Congratulazioni.



Zad Moultaka, immagini da "Šamaš - Sun Dark Sun", 2017
Installazione teatrale


Al Padiglione Alamak! "Islands in the Stream" (Mio Dio! - Isole nella Corrente) un'ampia selezione di video dell'artista tailandese Kawita Vatanajyankur raffiguravano colorate performance/installazioni umane di donne come oggetti o attrezzi.

 
Kawita Vatanajyankur, stralci da i video (nell'ordine):
"The Ice Shaver" (La Grattugia per Ghiaccio) 2013 , "The Scale 2" (La Misura 2) 2015, "Poured" (Versato) 2012, "Scale of Justice" (Misura di Giustizia) 2016, "The Scale" (La Misura) 2015


Estremamente forte ed evocativo, Evan Penny nella mostra personale "Ask Your Body" (Chiedi al Tuo Corpo), oltre l'eccellente abilità tecnica, con lo sconcertante iperrealismo delle opere e l'atmosfera della sede sacra, rende tangibile il peso di secoli di violenza, perpetrata nei corpi per l'unica ma illusoria possibilità di controllare il pensiero umano.


Evan Penny, vista da "Ask Your Body"


Evan Penny, "Young Self" (Me Giovane), 2011, silicone pigmentato, capelli, tessuto, alluminio, 86,5 x 76 x 61 cm

Evan Penny, "Old Self" (Me Vecchio, dettaglio), 2011, silicone pigmentato, capelli, tessuto, alluminio, 86,5 x 76 x 61 cm


Evan Penny, "Marsyas" (Marsia), 2017
Silicone pigmentato, capelli, alluminio, legno
244 x 38 x 35,5 cm

Evan Penny, "Self Portrait After Gericault’s Fragments Anatomiques" (Autoritratto dalle Parti Anatomiche di Gericault), 2017
Silicone pigmentato, tessuto, resina, legno
46 x 145 x 198 cm


Belle e intelligenti le opere per il Padiglione della Bosnia ed Erzegovina, "University of Disaster" (Università del Disastro) da Radenko Milak, che suggerisce di cercare le prime cause della follia umana nel progresso, affrontando il problema dei flussi migratori senza aderire agli stessi triti lamenti delle istituzioni.



Radenko Milak, acquerelli dalla mostra "University of Disaster"


Al Padiglione dell'Umanità "Objection" (Obiezione) c'era l'eccellente installazione "There is No Lack of Security Here"  (Non Manca Sicurezza Qui) di Ekin Onat, una tavola imbandita fatta con uniformi e distintivi della polizia turca, e la sua performance "Crime is Persistent in The Soul" (Il Crimine è Persistente nell'Anima), in cui si sveste da una tuta antisommossa.
Qui potete trovare anche i fantastici lavori di Michal Cole: "Domestic Godless" (Ateo Domestico), una cucina con piccoli video muti di donne che urlano rappresentante la prigione domestica, e "Neverland" (L'Isola che non c'è), una serie di video in cui l'artista impersona l'eterno anonimato nelle comuni uniformi di tante donne: la casalinga.


Ekin Onat, "There is No Lack of Security Here", 2017, materiali vari


Ekin Onat, fotogrammi da "Crime is Persistend in the Soul", 2017, performance


Michal Cole, "Domestic Godless" 2017, installazione con film digitali


Michal Cole, fotogramma da "Neverland", 2017, installazione con film digitali


Dopo qualche momento per capirne il significato, la mostra "Thank you so much for the flowers" (Tante grazie dei giori) di Mike Bourscheidper il Padiglione Lussemburghese diventa chiaramente brillante, tanto divertente quanto seria, rappresentante il legami dei protocolli socio-relazionali tra maschi e femmine nella piccola borghesia provinciale o qualsiasi altra presunzione del pregiudizio.



Mike Bourscheid, viste della mostra "Thank you so much for the flowers"


Un'altra mostra oggigiorno meritevole di attenzione era "Io Combatto" di Sarah Revoltella alla tesa 105 dell'Arsenale, una performance condivisa fortemente antimilitarista, contro la guerra o qualsiasi violenza delle armi.


Sarah Revoltella, "Io Combatto", 2017, performance condivisa


Fortunatamente alcuni grandi artisti danno sempre una possibilità alla Natura di farsi sentire, come Jan Fabre, che nella mostra personale "Glass and Bone" (Vetro e Osso) ci ricorda la mortale egemonia dell'essere umano sull'ambiente e la fauna in particolare.


Jan Fabre, "Monk (Brugges 3003)" (Monano), 2002
Ossa umane. fil di ferro, 149 x 77,8 x 74,2 cm



Jan Fabre, "Skull with Parakeet" (Teschio con Parrocchetto), 2017
Vetro di Murano, scheletro di parrocchetto, inchiostro Bic, acciaio inossidabile, 50 x 22,3 x 41,1 cm


Jan Fabre, "Skull with Woodpeecker" (Teschio con Picchio), 2017, vetro di Murano, scheletro di picchio, inchiostro Bic, acciaio inossidabile
53,6 x 24,9 x 22,3 cm


Jan Fabre, "Skull with Chinchilla" (Teschio con Cincillà), 2017
Vetro di Murano, scheletro di cincillà, inchiostro Bic, acciaio inossidabile
52.8 x 22,3 x 22,3 cm

 

Jan Fabre, "The Catacombs of the Dead Street Dogs" (Le Catacombe dei Cani di Strada Morti), 2009-2017
Vetro di Murano, scheletri di cane, acciaio inossidabile, dimensioni varabili



Jan Fabre, "Untitled (Bone Ear)" (Senza Titolo Orecchio d'Osso), 1988
Vetro, ossa umane, inchiostro Bic, 180 x 250 cm




Jan Fabre, "The Future Mercifull Phallus and Vagina" (I Futuri Misericordiosi Fallo e Vagina), 2011
Vetro di Murano, ossa umane, inchiostro Bic, dimensioni variabili



Jan Fabre, "Cross for the Garden of Delight" (Croce per il Giardino delle Delizie), 2013
Vetro di Murano, scheletro di un serpente, 71,4 x 39,6 x 9,2 cm



Ultima ma non da meno, con la mostra collettiva "VITA TUA, VITA MEA" (resoconto completo qui), co-curata da me, abbiamo suggerito una risposta filosofica alle iniquità sociali sorte con la crisi contemporanea, il divario tra potenti e oppressi, per aprire una breccia negli animi umani pietrificati dal qualunquismo, dal relativismo egocentrico e dall'indifferenza.


Una vista della mostra "VITA TUA, VITA MEA"





Conclusioni

Il mio Premio per la Migliore Mostra va a due vincitori pari merito: il Padiglione del Libano  "Šamaš - Sun Dark Sun" di Zad
Moultaka
e l'installazione-manifesto "FUCK YOURSELF ART" del fondatore John Doe da Personal Structures.

Jizaino -






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