56ª Biennale d'Arte di Venezia
Considerazioni tardive sulla 56ª Mostra Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia

recensione di Jizaino, 10 gennaio 2016





56ª Mostra Internazionale d'Arte
All the World's Futures - Tutti i Futuri del Mondo
09.05 - 22.11 2015
Venezia - Giardini, Arsenale e sedi varie

Ingresso: 25 €

http://www.labiennale.org/it/arte/





Prefazione

Al momento della pubblicazione di questa recensione, la Biennale si è conclusa da oltre due mesi. Non volevo finire questa recensione, siccome alla fine arrivai alla conclusione che questa Biennale è stata abbastanza debole e trita. Comunque, guardando la mole di note che scrissi, ho deciso di mettere insieme qualcosa, perlomeno per motivare la mia opinione e per segnalare le opere che meritano attenzione.

D'altra parte interessi diversi hanno prevalso sulla mia speranza che un giorno un'arte libera, genuina e, in senso buono, ingenua possa mai ottenere un'attenzione tale da raggiungere il suo vero scopo: sopraffare questa società materialista, il distorto e ottuso mondo dedito al profitto, basato sulla schiavitù, ossia lo sfruttamento degli altri.
Quindi, questa Biennale non mi ha dato speranza in più. Dopo un periodo in cui smisi di visitare la Biennale,  ritornai alle due edizioni precedenti per l'attraente presenza prevalente di argomenti metafisici, che almeno aiutano una evoluzione spirituale; ma adesso tutto è tornato indietro al vecchio schema, supportando i tanti interessi propagandistici di lobby e politica: dal pan-europeismo alla farsa del surriscaldamento globale, dalle fasulle rivoluzioni pilotate da un potere contro un altro potere, ai falsi conflitti del sistema dei partiti recitati solo per ingannare il popolo, l'unico eterno perdente.

Il “sistema dell'arte”, tanto roboante quanto pauroso, invece di nutrire l'arte, se ne nutre, grazie ad artisti che possono permettersi di finanziare la propria carriera. Facciamo sapere anche ai profani: oggigiorno l'arte contemporanea esiste principalmente grazie agli artisti che la finanziano, i più ricchi spendendo le loro fortune, altri facendo un altro lavoro, alcuni perfino preferendo la povertà. La società è ciò che deve cambiare, ovvero il pensiero individuale, deve fare un salto avanti ed emanciparsi dalla schiavitù del denaro e del profitto. Questo avrebbe dovuto essere l'obiettivo dell'Arte contemporanea ma, purtroppo, è in crescita una moltitudine di sfruttatori che vogliono incatenare l'anima dell'Artista a un macigno, così assistiamo alla proliferazione di mostre e biennali con ammissione a pagamento, critici d'arte che scrivono ampollosi testi con tariffa per parola come i traduttori, seminari dove insegnano a inquadrare gli artisti in un sistema professionale. No, hanno sbagliato tutto, l'Arte non è una professione; potrebbe esserlo stata prima del Rinascimento, ma essi vorrebbero incatenare l'Artista e trasformarlo in un servo muto che crea arte per lodare e glorificare il suo padrone. La virtù dell'Artista che più fa paura è la sua libertà, la sua intolleranza alle regole e al mercato, che è la prostituzione del Sé.

Sarebbe meraviglioso se un vero movimento ribelle si svegliasse, magari di studenti, artisti e profani, che invece di languire sognando di salire sul carrozzone, lo demolissero, manifestando l'ideale che si oppone a un sistema che attira le masse verso un'arte che è solo un paravento per la propaganda e il profitto.
Ma, come detto prima, vedo poche possibilità di successo contro una società forse disperatamente contaminata, in cui tutto, a partire dalle sedi espositive pubbliche che sono tenute in ostaggio da “controllori”, è subordinato al triviale requisito del profitto. Questo è un sistema sclerotico, statico e immutabile, progettato per aiutare il facoltoso e ostacolare il bisognoso.





Cosa mi è piaciuto, quindi cosa no

Mi sembra che progressivamente le edizioni della Biennale stanno diventando sempre più un baraccone, una baraccopoli con tante opere che sorprendono superficialmente il visitatore, come un parco giochi, con installazioni-gioco interattive o bizzarre, essenzialmente per intrattenere. L'Arte non dovrebbe essere considerata un intrattenimento; il suo compito è invece di diffondere il pensiero, così da aiutare l'evoluzione intellettuale, e non di essere una divertente vacanza.


Come ho espresso fin dal suo lancio, l'improbabile ottimismo espresso dal titolo di questa Biennale Tutti i Futuri del Mondo sembrò abbastanza fuori luogo ed estraneo ai nostri tempi, a cui sfortunatamente sono pure succeduti tanti altri misfatti socio-politici, attacchi terroristici, litigi internazionali, estendersi di guerre taciute, durante l'interminabile gonfiarsi della crisi finanziaria globale, così tutti i buoni auspici stanno affogando in uno stagno di odio e distruzione.
Questo è il motivo per cui decisi di fare parte del caos biennalino veneziano, nel tentativo di controbilanciare quella visione con la mostra FUTURE AND BEHIND organizzata da CON-TEMPORARY Art Observatorium.

Ho trovato questa Biennale molle, e il suo tema pretestuoso, perfino imbarazzante considerando anche la ripetitiva obbedienza nella difesa dei diritti dei migranti quando nessuno si occupa in primo luogo delle cause che spingono quelle persone a scappare dalle proprie case, specialmente se il curatore è un africano. Okwui Enwezor, il curatore di questa edizione, era più interessato a lamentarsi dell'obsoleta struttura nazionalistica dei padiglioni, comunque non ha coraggiosamente cambiato questo modello, rompendolo come un nodo gordiano.
Forse, saprete, denunciare i piani dei potenti che perpetuano guerre infinite contro il popolo è pericoloso, mentre coprirli è perfino vantaggioso.

In verità molte mostre sono state contro la guerra, ma come al solito affrontandole solo retoricamente e in termini generici, non denunciando cause specifiche e colpevoli, come la grande installazione a Ca' Pesaro di Federica Marangoni intitolata “Il Filo Conduttore”, molto attraente e coreografica di notte, sicuramente lodabile per ricordare le vittime della guerra, ma troppo generalista siccome tutti sanno che la guerra esiste e causa sofferenze e morte.
Ma allora chi potrebbe affrontare le vere cause se non gli artisti da soli? Gli artisti, leggendo tra le loro personali righe, possono distinguersi dal sistema del potere per la virtù di essere capaci di rischiare come individui, mentre il potere, essendo un sistema, non ne sarà mai capace.

Al Padiglione iracheno, intitolato Invisible Beauty, l'argomento della guerra è stato esaminato più specificamente, sviluppando un interessantissimo e ricco canovaccio di esperienze individuali da persone reali e artisti appartenenti al paese che ha sofferto di più, cercando le cause per esclusione e dipanando gli aspetti culturali di questa nazione.


Traces of survival
Disegni fatti da rifugiati in Iraq selezionati da Ai Weiwei


Serie “Case nr. …”, 2014-2015, Haider Jabar
Acquerelli e matita su carta, dimensioni varie


Latif Al Ani, "Music Lesson", 1962
Stampa digitale b/n su carta, 25 x 25 cm

Latif Al Ani, "US couple in Ctesiphon", 1965
Stampa digitale b/n su carta, 25 x 25 cm


Anche il grande e bellissimo padiglione iraniano, curato da Marco Meneguzzo e Mazdak Faiznia, la guerra è stata ovviamente un tema ricorrente in molte opere, intelligentemente selezionate per la loro capacità di ritrarre vizi, difetti e virtù di un'intera cultura da cui dedurre il quadro generale del bacino del medio oriente.


History”, 2012, Parastoo Ahovan
Installazione, carta, metallo e pelle, 44 x 27 x 12 cm


Sara Rahbar, "Irreversible Violence" (serie War), 2012
Media misti su sacche militari vintage, 104 x 132 cm

Sara Rahbar, "Stay", 2014
Catene vintage trovate e bronzo cerato, 86.4 x 22.8 x 10 cm (ciascuno)


Rashad Alakbarov, "Try to Save", 2013
Metallo, luce, 120 x 100 x 100 cm


Ghodratollah Agheli
Dalla collezione "Venus in the tragic land", 2012
Ottone argentato-video lcd, 50 x 35 x 52 cm


T.V. Santhosh, "Effigies of Turbulent Yestardays", 2011-2013
Fibra di vetro, acciaio e LED, 223.5 x 256.5 x 101.5 cm

Shadi Ghadirian, "Nil, Nil #8", 2008
Stampa digitale, 76 x 114 cm


Newsha Tavakolian, "Blank pages of an Iranian photo Album", 2014
Video


All'Arsenale, anche il padiglione albanese, presentando Armando Lulaj a cura di Marco Scotini, ha affrontato la guerra molto saggiamente, rivelando quest'idiozia umana denunciando conseguenze collaterali sulla natura: lo scheletro di un capodoglio ucciso accidentalmente per essere stato confuso con un sottomarino. Un altro video ha raccontato una storia sulla megalomania dei potenti che alla fine cede alla modesta ma inesorabile natura.


Armando Lulaj, Albanian Trilogy: A Series of Devious Stratagems
Una vista parziale del padiglione


Comunque, penso anche che è troppo facile condannare la guerra per una vittima, sarebbe più audace per qualcuno che non è mai stato vittima, come un artista di un paese guerrafondaio.


Altri importanti problemi della nostra società sono il controllo di massa e la libertà individuale. il padiglione estone ha affrontato quest'ultima molto incisivamente e intelligentemente, lo considero uno dei migliori padiglioni, onestamente serio e a volte un po' amaramente divertente ma alla fine drammaticamente toccante. Intitolato Not Suitable For Work – A Chairman’s tale di Jaanus Samma e curato da Eugenio Viola, è stata una grande installazione multipla di testimonianze e video riportanti la tragica storia di un cittadino estone perseguitato e infine ucciso per essere un omosessuale.



Jaanus Samma, Not Suitable for Work, padiglione estone
Alcune viste dell'installazione


Jaanus Samma, Not Suitable For Work, padiglione estone
Alcuni stralci dai video


Il padiglione della Nuova Zelanda ha presentato Secret Power di Simon Denny, una notevolmente complessa installazione, estremamente informativa e illuminante, sulla colossale e nascosta struttura di servizi segreti e “think tank” che controllano la maggior parte degli aspetti della società e delle nostre vite.



Simon Denny, Secret Power, padiglione della Nuova Zelanda
Alcune viste della mostra


Simon Denny, Secret Power, padiglione della Nuova Zelanda
Vista globale


Sullo stesso argomento, anche la grande installazione “Shared Soul” di Joan Xandri per il padiglione di Andorraha sollevato la questione di come dovremmo comportarci oggi per proteggere la nostra riservatezza, proponendo una composizione di tele dipinte accatastate in modo che molte non potessero essere viste.


Joan Xandri, “Shared Soul”, padiglione di Andorra
Installazione, 800 x 250 cm


La sezione d'arte moderna del padiglione dell'Azerbaijan a Palazzo Lezze è stato sorprendentemente interessante, mostrando una vasta retrospettiva sull'arte moderna di questo paese durante la censura dell'URSS, mentre il padiglione lituano è stato una grande occasione per approfondire e rileggere il panorama artistico durante la repressione sovietica.


Padiglione dell'Azerbaijan, Rasim Babayec
"Dictator", 1976
Olio su cartone

Padiglione dell'Azerbaijan, Fazil Najafov
"Echo of Epoch", 1979
Bronzo


Padiglione dell'Azerbaijan, Javad Mirjavadov
"Cleaning Works", 1974
Olio su tela

Padiglione dell'Azerbaijan, Ashraf Murad
"The Girl in Sunglasses", 1972
Olio su tela



Padiglione lituano, Dainius Liškevičius, Museum
Alcune viste


Padiglione lituano, Dainius Liškevičius, Museum
Vista globale e “A video performance in memory of Romas Kalanta, 2010, 7 min


Tornando alla mia prefazione sulla spregevole inclinazione umana per il profitto, un'altra degna mostra è stata quella del padiglione lussemburghese, che ha presentato Paradiso Lussemburgo di Filip Markiewicz e curato da Paul Ardenne, affrontando sarcasticamente e duramente i paradisi fiscali, i vizi socio-economici, le agende delle élite, la politica e la finanza che interferiscono con l'arte e la cultura.


Filip Markiewicz, Paradiso Lussemburgo
Padiglione lussemburghese
Un disegno a matita

Filip Markiewicz, Paradiso Lussemburgo
Padiglione lussemburghese
Karaoke con canzoni di protesta fasulle


Filip Markiewicz, Paradiso Lussemburgo
Padiglione lussemburghese
Un dettaglio di un disegno a matita e una installazione


Filip Markiewicz, Paradiso Lussemburgo
Padiglione lussemburghese
Altre viste



Sfortunatamente, molte meno sono state le mostre  riguardanti gli altrettanto importanti problemi della sostenibilità ecologica, l'inquinamento e la salvaguardia dell'ambiente, argomenti che  mi interessano particolarmente.

La grande e interessantissima sezione di arte contemporanea del padiglione dell'Azerbaijan a Ca' Garzoni intitolata Vita Vitale era completamente dedicata ai problemi ambientalistici: la Sindrome dello Spopolamento degli Alveari in “Rockswarm” di Bill Woodrow e in “Apple Tree” di Julian Opieche affronta l'inquinamento da geoingegneria detto anche scie-chimiche, o la fauna che muore ingoiando sargassi di plastica che galleggiano come nuovi continenti sugli oceani (un argomento che anche noi abbiamo affrontato nel 2014 con la mostra OIKOS) nel video “Midway” di Chris Jordan, e la spazzatura di plastica che forma sotto il mare barriere coralline di composti biosintetici, le interessanti raffigurazioni di ricerche statistiche sul rapporto tra popolazione umana e fauna selvatica di Paul Huxley, quindi scioccante Laboratorio IDEA con Leyla Aliyeva e curato da Rachel Armstrong a rivelare le cose orribili che potreste trovare nelle acque dei canali di Venezia.


Julian Opie, "Apple Tree", 2012
Animazione al computer continua
Schermo LCD, 121 x 68 x 13 cm

Leyla Aliyeva, "Life", 2014
Carta da parati stampata, media vari, scultura e traccia audio
Dimensioni variabili, installazione


Bill Woodrow, “Rockswarm”, 2001
Bronzo, pietra e foglia d'oro
203 x 86 x 120 cm

Chris Jordan, “Midway”, 2012
Film


Paul Huxley, “Wall 1”, 2015
Acrilico, 430 x 570 cm


Diana Thater, senza titolo (Butterfly Videowall 2), 2008
Monitor a schermo piatto, DVD e lettore, amplificatore di segnale, luci neon


Padiglione dell'Azerbaijan, The IDEA Laboratory, con Leyla Aliyeva
Alcune viste


Una chiamata al rispetto dell'ambiente è stata lanciata senza mezze parole da Andrea Morucchio nella sual mostra The Rape of Venice che denuncia le conseguenze del turismo di massa il quale può essere considerato colpevole per questo declino ecologico.


Andrea Morucchio, “The Rape of Venice
Due viste



Una grande empatia con la natura ha caratterizzato la lirica e sensibile mostra …the rest is smoke di Helen Sear, con bellissime opere tecnicamente esemplari che portano un saggio messaggio.


Helen Sear, …the rest is smoke
Stralci da alcuni video

Helen Sear, …the rest is smoke
Lightbox


Helen Sear, …the rest is smoke
installazione fotografica


Helen Sear, …the rest is smoke
Fotografie


Una mostra molto impressionante per qualità e impatto emozionale è stata Highway to Hell di Jiang Heng: attraente eppure filosofica.
Anche Never Say Goodbye di Wu Tien-chang è stata accattivante: la magica atmosfera di una ninnananna musicale capace di convincere lo spettatore d'essere il sognatore di un sogno nostalgico per una terra ambigua.



Jiang Heng, Hightway to Hell
Paintings and installations


Wu Tien-chang, Never Say Goodbye
One of the installations


Personal Structures è stata una mostra così grande che da sola potrebbe essere considerata una biennale, e consigliabile per tanti interessanti opere, come quelle di Sebastian Schrader e Glen Clarke, o Herman de Vries, che è stato anche protagonista del padiglione olandese ai Giardini e secondo me dovrebbe essere considerato l'artista per eccellenza nei nostri tempi caratterizzati da un mondo i serio pericolo.


Sebastian Schrader a Personal Structures


Glen Clarke a Personal Structures



Herman de Vries a Personal Structures


Anche le grandi installazioni e sculture di Jaume Plensa alla cattedrale nell'isola di San Giorgio Maggiore sono state fantastiche e una pausa piacevole per provare una serenità leggera.


Jaume Plensa, Together
Sculture e disegni


infine, do il mio premio come migliore opere di questa Biennale a 001 Inverso Mundus del gruppo AES+F, non per l'incredibilmente ampia proiezione murale multischermo, gli effetti speciali cinematografici e neppure la singolare atmosfera al buio tunnel dei Magazzini del Sale, ma per la storia: un'estremamente lucida analisi  della società umana attraverso archetipi tramite metafore visive capaci di suscitare profondi sentimenti. Solo peccato che è una creazione di gruppo, avvicinandosi di più a un prodotto piuttosto che a un'opera.


AES+F, “001 Inveso Mundus
Installazione video HD a 7 canali





Bontà ai Giardini

Anche se ho trovato più esposizioni interessanti, intese come insieme, in giro per Venezia, prese singolarmente tante sono state le opere nelle due sedi principali di Giardini e Arsenale che hanno suscitato la mia ammirazione.

Entrando al padiglione centrale nei Giardini, i visitatori sono stati accolti dal cortometraggio “L'homme qui tousse” dal sempre apprezzato Christian Boltanski, che vedo come una rappresentazione allegorica della nichilistica idiozia dell'umanità.


Christian Boltanski, "L'Homme qui tousse", 1969
Film in 16mm, colore, suono, 3’


Il “Nyau Cinema” di Samson Kambalu era una mesmerica installazione di piccoli video sotto al minuto di durata  raffiguranti performance urbane casuali che ricordano azioni surrealiste o dadaiste con un tocco vintage, per la cui creazione Kambalu ha compilato un manifesto di regole, come in altri movimenti cinematografici tipo Dogme 95: un gioco accattivante.


Samson Kambalu, Nyau Cinema


La grande installazione di “Demonstration Drawings” di Rirkrit Tiravanijaha mostrato il troppo spesso dimenticato potere del popolo: il concentramento delle forze. Oggigiorno, grazie alla connessione, la gente è assurta a un più alto livello di consapevolezza circa le élite di potenti, e dissenso è la parola di moda oggi. La gente è il 99%, le élite l'1%, perché la prima ancora crede di essere più debole dell'altra? Tutto è nella nostra mente.


Rikrit Tiravanija, “Demonstration Drawings”, 2015
100 disegni, grafite su carta


Similarmente i disegni “Logic of Disappearance, A Marx archive” di Madhusudhanan sono visioni oniriche surreali di nostalgico marxismo che appare, a prescindere dalle intenzioni dell'artista, come qualcosa di mostruoso e grottesco.


Madhusudhanan, “Logic of Disappearance, A Marx archive”, 2014
30 disegni a carboncino su carta


Accanto, la vasta installazione “Theory of Justice” di Peter Friedlè un onnicomprensivo archivio di memorabilia mediatica che investiga sulle incompatibilità e le relative implicazioni culturali tra le visioni dei potenti e la realtà delle masse.

Su un argomento correlato ma di sapore tecnocratico, un'ampia selezione di spettacolari dipinti di Testuya Ishida ha gratificato i miei occhi.


Peter Friedl, “Theory of Justice”, 1992-2010
Ritagli di giornale, 16 vetrine di acciaio inossidabile, vetro acrilico e compensato dipinto

Tetsuya Ishida
"Awakening", 1998
Acrilico su pannello


Fuori, i padiglioni nazionali sparsi qua e là nei Giardini hanno seguito i soliti schemi come sempre.

Come riportato sopra, ho apprezzato molto il padiglione olandese che ha presentato Herman de Vries, il quale propone il ritorno a una vita naturale e selvaggia; forse questo sarà difficilmente accettato dall'umanità moderna, ma in una Terra seriamente in pericolo una posizione estrema come questa potrebbe essere necessaria per ottenere eventualmente qualche sorta di controbilanciamento.





Herman de Vries, to be all ways to be
Padiglione olandese


Al padiglione spagnolo c'era l'intelligentissima e divertente installazione “Edicola Mundo” di Francesc Ruiz, con cui ha rappresentato la cultura e società italiana usando sarcastiche riproduzioni di chioschi con riviste che dominano l'immaginario sin dagli anni '80, come quelle dalla scena dei paninari, le riviste di enigmistica e gossip o i giornali di (mis)informazione e (dis)educazione.




Francesco Ruiz, Edicula Mundo
Padiglione spagnolo


Il padiglione tedesco, similarmente a quello della Nuova Zelanda, ha suggerito l'esistenza di think tank occulti che influenzano la vita socio-economica rimanendo oscuri, mentre la gente viene distratta.



Padiglione tedesco, Fabrik





Bontà all'Arsenale

Mi sono piaciute le piccole mostre al Giardino delle Vergini, forse perché erano immerse nella quieta atmosfera della natura: credo che il genius loci di un luogo possa contribuire ad apprezzare un'opera d'arte, in questo caso le mostre erano più discrete di quelle dentro gli edifici. A parte stormi di aggressive zanzare tigre, questo potrebbe essere il modello per la perfetta sede espositiva a facilitare una calma e meditativa fruizione delle opere.



  Sarah Sze,“The Last Garden (Landscape of Events Suspended Indefinitely)”, 2015
Installazione di media vari


Maria Eichhorn, “Militant”, 2010
Video singolo canale, colore, suono stereo, 6’29’


Il padiglione dell'IILA Istituto Italo-Latino Americano ha deciso ancora di creare una galleria cacofonica, qualcosa come una rumorosa sala pachinko, ma comunque molto interessante: un archivio audio di linguaggi amazzonici vicini all'estinzione, tribù isolate che possono ricordarci la relatività della cultura.


Padiglione IILA Istituto Italo-Latino Americano
Vista d'insieme


Il padiglione della Lettonia / Latvia era stupendo: “Armpit” di Katrīna Neiburga e Andris Eglītis ha affrontato l'attitudine dell'uomo distaccato dalla bellezza della natura, il lavoratore che adora la tecnologia, l'otaku che ama l'hardware, che agisce solo con attrezzi e gioca solo con strumenti; il pioniere transumanista.


Katrīna Neiburga and Andris Eglītis, “Armpit
Padiglione della Lettonia / Latvia


Il padiglione argentino ha presentato le meravigliose e dure sculture di Juan Carlos Distéfano, pure e genuine opere d'arte che raccontano storie di ingiustizie sofferte dalla gente.




Juan Carlos Distéfano, padiglione argentino


Lungo le Corderie dell'Arsenale la tematica della guerra era il soggetto di diversi artisti.
C'erano alcuni meravigliosamente detestabili troni fatti con armi decommissionate da Gonçalo Mabunda, perfette allegorie della prevaricazione dei potenti.


Gonçalo Mabunda, “The Throne of None Slavery”, 2014
Armi decommissionate saldate. 117 x 86 x 60 cm


Il bersaglio in gel balistico con il risultato sospeso di spari e il relativo video rallentato intitolato “The AK-47 vs The M16” di The Propeller Group, sebbene meramente didattico, è un'impressionante cristallizzazione degli effetti di certi strumenti mortali e fanno capire quale dolore può produrre un solo proiettile. Moltiplicalo per 14 miliardi all'anno.


The Propeller Group
Gel balistico con proiettili esplosi


Le bizzarre e ingenue armi da guerra e veicoli di fantasia disegnati da Abu Bakarr Mansarav, anche se raffigurate per denunciare la folle corsa al conflitto, è una manifestazione della bramosia per la supremazia tecnologica in un mondo dominato da violenza e pravaricazione.




Abu Bakarr Mansarav
Disegni, matita, inchiostri nero e rosso su carta, 1997


Una metaforica guerra alla natura è il soggetto di “Zaum Tractor” di Sonia Leber & David Chesworth, un video a due canali che mostra diverse scene relative al suprematismo.


  Sonia Leber & David Chesworth, “Zaum Tractor”, 2013
Video HD a due canali, suono stereo, 26’


Con approccio opposto, Ernesto Ballesteros ha messo in scena senza sosta “Indoor Flights”, un'azione che dà una bella sensazione di ritorno alla semplicità e a uno stato di purezza infantile oltre che ricordare i principi della sostenibilità ecologica, lasciando andare gentilmente un modellino di aeroplano ultraleggero al suo breve volo ancora e ancora.


  Ernesto Ballesteros, “Indoor Flights”, 2015
Performance


Da non mancare, ho trovato “Games Whose Rules I Ignore” di Boris Achourun'importantissima ed eccellente serie di opere, in quanto denuncianti i modi bizzarri usati dalla maggioranza delle persone per raggiungere i propri scopi, nella mistificante ricerca delle parole per una storia già scritta. Davvero intelligente, serio, eppure divertente.


  Boris Achour, “Games Whose Rules I Ignore (Mirror Eyes)”, 2014
Scultura in media diversi, video, colore, suono, 5’19”


Boris Achour, “Games Whose Rules I Ignore (Abake)”, 2014

Boris Achour, “Games Whose Rules I Ignore (Bench)”, 2014


Come nella precedente edizione, il padiglione italiano, intitolato Codice Italia,  parlando genericamente e non considerando individualmente le tante opere interessanti, era ancora caratterizzato da una frammentaria incoerenza tenuta insieme con un trito pretesto, essendo una grande fiera promozionale per il trito schieramento di “pezzi da 90” che più sono istituzionalizzati e conformi al sistema dell'arte. Tutti parlano di rivoluzione, ma nessuno ha il coraggio di portare artisti meritevoli ma sconosciuti.
Peggio che mai, un'orribile e chiassosa videoproiezione educativa gigante accoglieva i visitatori, solo dopo un po' ho capito che si trattava del lavoro del grande Peter Greenaway, scusate.
La migliore opera di questo padiglione per me è “Le membre fantôme” (l'arto fantasma) di Vanessa Beecroft, che rappresenta la figura chiave a cui la cultura italiana è fondamentalmente legata, la femmina materna, che allo stesso tempo è vittima di violenza proprio per essere considerata così importante.



Vanessa Beecroft, “Le membre fantôme”, 2015
Installazione di tre sculture in bronzo, diverse sculture di marmo e piedistalli, dimensioni ambientali


E infine, diversamente dalla precedente edizione, il padiglione cinese intitolato Other Future nel complesso mancava di qualità, suscitando la stessa sensazione che potreste avere entrando certi bazar cinesi dove si possono trovare aggeggi a basso costo che sono apparentemente funzionali ma mal progettati e costruiti.





Il Padiglione delle Toilette

Sfortunatamente quest'anno tutte le toilette della Biennale erano ripulite perché sono state completamente ristrutturate, così nessuna opera è stata trovata all'interno, quindi questa edizione del Padiglione delle Toilette è stata cancellata. Speriamo che qualcuno avrà voglia di creare libera e incensurata arte di nuovo per la prossima edizione. Potete guardare le pagine sulla e edizione, che adesso rappresentano l'archivio parziale delle opere d'arte che sono state distrutte per sempre.





Conclusions

Nel complesso, un declino della determinazione caratterizza questa Biennale e il contemporaneo contesto artistico e sociale; si può percepire una sorta di sgonfiamento dell'ego umano e dell'umanità, guardando a installazioni con incerti e transitori risultati; non un mea culpa, ma un calo di autostima e autodeterminazione, uno svilimento e una mancanza di scopi, un introspettivo dubitare del Sé.
Concludendo, c'era un'atmosfera come in un raffazzonato carrozzone per gente umile con momentanei e brevimiranti bisogni, a dispetto degli artisti stellari con prezzi gonfiati come palloni.
Questo  è il risultato di una società in cui il potere spinge le masse verso la povertà intellettuale, da cui solo l'Artista può sfuggire grazie alle sue proprie virtù, sebbene solo per indugiare nell'impotenza perché non ha un ampio pubblico capace di comprensione.

Questo è post-moderno: da quando questa definizione è stata concepita, sembra che la società indugi in un eterno post-modernismo, dove tutto evolve, la tecnologia e l'universo, eccetto il pensiero umano, il quale sembra non trovare via di fuga da questo limbo che ha creato.


Jizaino -