54ª Biennale d'Arte di Venezia
Considerazioni che possono tornare utili anche da guida

recensione di Jizaino, 19 settembre 2011





54. Esposizione Internazionale d'Arte
ILLUMInazioni – ILLUMInations
04.06 - 27.11 2011
Venezia - Giardini, Arsenale e sedi varie

Ingresso: 20 €

http://www.labiennale.org/it/arte/





Prefazione

Venezia è una città splendida e al contempo decadente, e a ciò si deve il suo fascino di sapore manniano. Le sue atmosfere più suggestive si possono percepire lontano dai clamori della Biennale e dall'alta stagione turistica. Questo settembre è stato come al solito un periodo di affollamento turistico, ma già abbastanza calmo rispetto a quello nel clou delle inaugurazioni; invece visitando la Biennale prima della sua chiusura, a fine novembre come mi è capitato in passato, si può provare quell'atmosfera placida e talvolta nebbiosa che predispone alla riflessione, scoprendo per calli e fondamenta le tracce e i resti di eventi concomitanti e interventi di disturbo, che perpetuano il romanticismo della città con sbiaditi manifesti scaduti, graffiti sopra ad altri graffiti, poster art strappata, adesivi segnaletici consumati sul selciato umido. Ma sempre e su tutto, gli immancabili sacchetti della spazzatura lasciati fuori dalle porte nelle zone meno turistiche (che lasciano stupiti i visitatori), e in ogni canale grappoli galleggianti di bottigliette in plastica (che lasciano gli stupiti visitatori).






La Biennale d'Arte di Venezia

Dopo aver visitato per anni la Biennale d'Arte di Venezia, ho saltato le scorse due edizioni. Forse per nausea da indigestione e tedio da déjà vu, o al contrario per il progressivo declino dell'arte contemporanea che non trovando nuovi stimoli tende a ripetersi; ma più probabilmente per le selezioni proposte alla Biennale da curatori e istituzioni, che ovviamente rappresentano una visione parziale e soggettiva della reale complessità dell'espressione artistica internazionale.

Il clima di fervore e tensione che ha accompagnato la presentazione di questa 54ª edizione, tra novità "rivoluzionarie" contestate in modo quanto mai aspro, mi convinse a ritornare in quei luoghi; oltre al fatto che adoro Venezia.

Una delle novità introdotte da questa Biennale sono i parapadiglioni: delle strutture circoscritte site dentro gli ambienti espositivi destinate ad accogliere artisti altrimenti esclusi; esse sono state create da quattro artisti selezionati: Song Dong, Franz West, Oscar Tuazon e Monika Sosnowska.
Altra novità sono i padiglioni regionali dislocati in tutti i capoluoghi italiani: idea di Vittorio Sgarbi (che ha curato, rivoluzionandolo, il Padiglione Italiano) che estende enormemente lo spettro di artisti e di sedi da visitare, già molto ampio grazie anche agli eventi collaterali. Il progetto è forse un po' megalomane, ma è coerente alla volontà espressa da Sgarbi di dare spazio a quanti più artisti possibile.

Quando lessi le prime press release che annunciavano il tema di questa Biennale (leggi l'articolo), rimasi colpito dall'ambiguo titolo ILLUMInazioni / ILLUMInations: piuttosto banale per riferirsi, secondo le motivazioni espresse dalla curatrice Bice Curiger, solo al tema della luce caro a Venezia e al voler far luce sull'istituzione della Biennale stessa (cosa che sinceramente non ho recepito dove sia stato fatto); anzi, troppo banale. Nel mondo dell'Arte siamo abituati a ragionamenti e concetti più criptici.
Non vorrei fare un processo semantico al titolo (e se vi tedia saltate al prossimo capitolo), ma esso sembra il risultato della fusione tra la parola Illuminati (la storica società segreta di ispirazione scientifica, massonica e anticlericale) e la parola nations / nazioni (le quali, secondo la curatrice, non sono da vedere come strutture culturalmente conservative, ma culture che attraverso l'Arte devono negoziare le proprie differenze per formare nuovi modelli di comunità per il futuro). Secondo gli studiosi, come alcuni sapranno, il nazionalismo contrasta con l'ideale di tale società segreta, che mira a instaurare un ordine unico mondiale, sotto unico governo, unica moneta e unica fede. In realtà, il nazionalismo e la cosiddetta globalizzazione sono solo due ordini di grandezza della stessa idea nata dalla medesima stolidità umana.
Pure la procrastinazione a edizioni future del lungamente preannunciato padiglione vaticano mi parve una curiosa coincidenza correlata al titolo ILLUMINATI(ons): il Vaticano è tradizionalmente antagonista degli Illuminati.
Quindi ho visitato la Biennale con questo presupposto, e in effetti sembra che alcuni artisti, o le curatele, abbiano proposto opere vagamente ispirate o allineate a questi argomenti, come descritto in seguito; sebbene su tutto abbia sempre predominato l'Arte; e basta.




L'Arsenale

Incominciamo subito col dire che, come al solito, in generale non c'è sufficiente materiale di approfondimento lungo i percorsi della mostra che permetta di conoscere e capire gli artisti e le loro opere. Spesso la loro omissione è un'esigenza meramente venale, per spingere a pagare audioguide, visite guidate e cataloghi.

Appena entrati si viene accolti dal primo parapadiglione, intitolato "Intelligence From Poor People" (l'intelligenza della gente povera) e creato dal cinese Song Dong. Il titolo e le opere contenute, del britannico Ryan Gander e il francese Yto Barrada, suggeriscono una visione di dignità umana nella pochezza, nella mancanza, nella memoria, nella procreazione e nella solidarietà.
Il parapadiglione riproduce la tradizionale casa cinese dei genitori di Dong; dentro troviamo due sculture di Gander (di cui cito "In Hearts?" solo per la presenza di misteriosi caratteri che torneranno utili al discorso), mentre all'esterno si trovano quattro opere di Yto Barrada, tra cui: "The Telephone Book", che riproduce i taccuini della propria nonna in cui, essendo analfabeta, annotò i numeri di telefono dei dieci figli usando un metodo personale, e "Family Tree, sunprinted on the wall" (albero genealogico, stampato dal sole sul muro) che riproduce gli aloni lasciati dai ritratti di famiglia dopo che vennero rimossi.


Il parapadiglione di Song Dong "Intelligence From Poor People" (particolari), 2011
Installazione site specific, acciaio e casa in legno, 100 porte d'armadio

Ryan Gander, "In Hearts?", 2011
(particolare)

 
"Family Tree, sunprinted on the wall"
Stampa cromogenica
Yto Barrada, 2011

"The Telephone Book (or the Recipe Books), fig. 1 to 3, fig. 5 to 8"
1 stampa cromogenica, 6 stampe alla gelatina d'argento
Yto Barrada, 2011


Nella stanza adiacente, il buio totale non viene neanche rischiarato dal flebile barlume emanato dallo schermo in cui una massa di persone cammina in un locale buio, proprio come i visitatori attuali. Si tratta del video "Stampede" (tumulto) dello slovacco Roman Ondák. Sembra una critica al popolo confuso, ignaro e ottuso, che brancola nel buio della ragione senza comprendere ciò che gli avviene intorno; una critica volendo circoscritta anche solo all'ambito dell'arte contemporanea.
Il video viene proposto insieme alla scultura "Time Capsule", riproducendo così la configurazione di un'esposizione realizzata originariamente alla Modern Art Oxford Gallery.


Roman Ondák, "Stampede", 2011
Proiezione video a colori senza sonoro, 14’44” loop



Tornando al ragionamento sulle società segrete introdotto prima, ed entrati nella sala successiva, le tre opere dell'Artista svizzera Mai-Thu Perret sono eloquenti: il disegno di una piramide in stile massonico, realizzata sia con tubi al neon che come pittura murale, insieme alla riproduzione di "The Skeleton Dress" (il vestito da scheletro) disegnato nel 1938 dalla stilista Elsa Schiaparelli con l'aiuto di Salvador Dalì: un abito da donna completamente nero con la sagoma dello scheletro realizzata in trapunto imbottito e sormontata da una testa in vetro soffiato. Nell'insieme l'installazione sembra fare riferimento al maschilismo nell'androcrazia massonica.


Mai-Thu Perret, 2011
"Flow my Tears II", neon

"Flow my Tears I", manichino in schiuma e acciaio, testa di vetro soffiato, e "Flow my Tears III", dipinto murale


Nella stessa sala si trova un altro Artista svizzero: Andro Wuekua, che presenta un'interessantissima installazione intitolata "Pink Wave Hunter" (cacciatore dell'onda rosa), composta da quindici sculture rappresentanti palazzi vacui e precarie facciate sottili come le quinte di un teatro, in cui si può leggere un riferimento alla vana presunzione di potenza che si nasconde dietro l'esoterismo, e nel titolo anche un altro accenno alla misoginia.

  
Andro Wuekua, "Pink Wave Hunter", 2010-2011
Particolari dell'installazione composta di 15 sculture su base



L'esoterismo trasuda anche dalle sculture dello statunitense Rashid Johnson: elementi di design e d'arredo quali specchiere, librerie e tappeti pieni di simboli uguali o somiglianti a quelli dell'alchimia, i quali si aggiungono ai misteriosi caratteri di Ryan Gander prima citati.


Rashid Johnson, 2011
"Branded Rugs", pelle di zebra marchiata, tappeto persoano marchiato, vernice dorata

"Fatherhood as Described by Paul Betty"
Pavimento di quercia rossa marchiato, sapone nero, cera, libri, ferri per marchiare, burro di karité, valve di ostrica, meteorite, vernice dorata


"File Room" (stanza d'archivio) dell'indiana Dayanita Singh è la sconcertante documentazione fotografica dell'avvilente ossessione e della babelica confusione che può produrre l'archiviazione dei dati, ossia della conoscenza: ingombrante evidenza dell'umana presunzione di onniscenza.


Dayanita Singh, "File Room", 2011, stampe a pigmento


Saranno tutte coincidenze? Le opere fin qui descritte mi dicono che la mia intuizione non era infondata.
Ciò però non vuol dire nulla, perché le opere possono essere lette sia come una sommessa denuncia, sia come una sommessa celebrazione.

Procedendo lungo il percorso, si incontrano parecchie "immagini per le immagini", ossia mute o ieratiche rappresentazioni che inducono al minimalismo intellettuale, ossia a un allentamento del senso critico, in quanto non c'è nulla da constatare; per esempio le tanto algide quanto sgargianti foto di cose e persone della tedesca Annette Kelm; oppure la massiva documentazione fotografica realizzata dal collettivo cinese Birdhead, la quale ha un'impronta lomografica di ispirazione socio-antropologica, ma che artisticamente, nel caso delle opere i esposizione, non aggiunge nulla alla realtà quotidiana, ossia documenta la vita di alcune delle miliardi di persone in un posto come tanti altri al mondo, facendo cadere anche l'eventuale valore documentario nel più effimero intrattenimento, termine che detesto quando associato alla parola Arte (leggi questo articolo a riguardo).

Il secondo parapadiglione, intitolato "Extroversion", è quello dell'austriaco Franz West, che accoglie le opere di addirittura una quarantina di artisti (tra cui uno specchio di Michelangelo Pistoletto), i cui nomi però si identificano con difficoltà sugli schemi di riferimento dislocati a parte (sarebbe bastato porre i nomi accanto a ogni opera). Questo piccolo ma densissimo parapadiglione ha l'aspetto di un unico parallelepipedo delle stranezze: non dà respiro a ciascuna opera. Neppure l'idea riesce a valorizzare gli artisti esclusi, infatti riproduce, estrovertendole, le pareti della cucina di West: sembra quasi che con sdegno egocentrico le opere accolte vengano considerate minori e adatte solo a un luogo piuttosto squallido come una cucina; oltretutto, il fulcro del parapadiglione è un antro all'interno della struttura in cui vi sono due gabinetti illuminati di rosso (oltre alla proiezione di "Dream Villas Slideshow" della Singh).




Il parapadiglione "Extroversion" di Franz West e alcune opere ospitate, 2011


Oltre, troviamo la grande scultura sospesa "limpundulu Zonke Ziyandilandela" del sudafricano Nicholas Hlobo, che, sebbene discutibile nella forma espressiva rispetto ad altre opere dell'Artista, è di importante significato: uno spettrale mostro vampiro della mitologia africana costruito con nere camere d'aria e un teschio d'animale, che evoca l'orrore della distruzione dell'ambiente (in particolar modo quello africano) ormai ridotto a una discarica dove l'unica materia prima è costituita dai rifiuti e dalla morte.


Nicholas Hlobo, "limpundulu Zonke Ziyandilandela", 2011
Scultura sospesa, gomma, nastro e tecniche miste



Un'altra enorme installazione è "The Summit of It" (il suo apice) dello svizzero Fabian Marti, su cui sono disposte le opere "Philosophers and Shrinks" e "Sun Oh!". L'opera è appagante: una labirintica struttura sormontata da "filosofi e strizzacervelli" (rappresentati da vasi di ceramica liquefatti alla maniera degli orologi di Salvador Dalì) che nasconde il semplice stupore di una natura serena e solare.


Fabian Marti, "The Summit of It", 2011
MDF, installazione con "Sun Oh!", 2011 e "Philosophers and Shrinks", 2011


Curiosa l'installazione "The National Apavilion of Then and Now" (l'apadiglione nazionale di allora e adesso) dell'inglese Haroon Mirza, che dà un'estraniante esperienza sensoriale audiovisiva, ma non di più, nonostante dal complesso titolo ci si sarebbe aspettati qualche significato che andasse oltre il breve intrattenimento.


Haroon Mirza, "The National Apavilion of Then and Now", 2011
Camera anecoica, LED, amplificatore, altoparlante, circuito elettronico. Luce accesa 24”, luce spenta 18”


Stesse conclusioni per la grande installazione "Ganzfeld APANI" dello statunitense James Turrell: una di quelle attrazioni dove si deve stare mezz'ora in fila per poi entrare in piccoli gruppi di persone che indugiano così a lungo per trovare un giudizio estatico da dire a quelli che non sono ancora entrati, ma più che altro per riscattare l'attesa. Ne faccio una descrizione leggermente sprezzante, perché l'opera è troppo simile a una trovata da baraccone, ossia pericolosamente vicina alla degenere equazione arte = intrattenimento.

Se non vi soffermate mai davanti alla Videoarte, una delle opere che consiglierei di non perdere è "Factor Green" dello svizzero Shahryar Nashat: sei minuti surreali ma non assurdi sulla difficoltà di correlarsi con le aspettative dell'altro; ma attenti a non sedervi sulle panchine presenti nella sala: sono opere dell'Artista.


Shahryar Nashat, veduta dell'installazione con "Factor Green", 2011
HD video, colore, suono, 5’37”



Diversamente dal precedente ragionamento sulla carenza di espressione artistica di certa fotografia documentaria, nel complesso di opere dell'irlandese Gerard Byrne tra cui "Case Study: Loch Ness (Some Possibilities and Problems), Pink Wave Hunter", una volta superato l'apparente intento documentario, si scopre invece un discorso che riesce a strappare una bella risata.


"Some gestalt forms surveyed, and organized intro primary structures, on dates between 2001-2011"
"Case Study: Loch Ness (Some Possibilities and Problems), Pink Wave Hunter"
Stampe alla gelatina d'argento, forme in legno, vetrina foderata con lino, cornici in legno, acciaio o acrilico
Gerard Byrne, 2001-2011


Già da lontano si scorge nella sala successiva la grandiosa installazione senza titolo di Urs Fischer, un altro svizzero, e a stento ci si trattiene dal visitarla immediatamente.
Si tratta di una serie di statue (di cui una monumentale), apparentemente di marmo ma fatte di cera, le quali sono state sciolte dando progressivamente fuoco agli stoppini che hanno all'interno, causandone la progressiva distruzione, rendendole opere di scultura dinamica, ossia che cambiano nel tempo.
Al momento della mia visita, queste monumentali candele erano nel seguente stato.



Gerard Byrne, senza titolo, 2011
Installazione con dimensioni variabili
Cera, pigmenti, stoppino, acciaio. Ed. 2 + 1AP


Un'altra opera dal fascino mesmerico è il video "The Clock" dello statunitense Christian Marclay: un cut-up fatto con pezzi di film, simile alla pietra miliare capostipite di questo genere, ossia "La verifica incerta" che Alberto Grifi realizzò nel 1964 destando l'ammirazione di pop artist quali Andy Warhol.
Purtroppo questa è un'opera inadatta a un'esposizione come la Biennale, per una semplice questione di durata: si potrebbe anche entrare all'apertura della mostra e guardarla fino alla chiusura senza poterla vedere tutta, giacché dura esattamente 24 ore! L'opera è basata su una certosina sincronizzazione degli orologi presenti nelle scene con l'ora reale, creando un'atmosfera quasi comica che rende i personaggi dei film come dei prigionieri di una bolla fatta di illusione.
Queste sono opere che meriterebbero un evento a loro dedicato, ma sull'argomento torneremo più avanti.


Christian Marclay, alcuni fotogrammi di "The Clock", 2010
Video a canale singolo, 24 ore. Ed. 6



Di seguito si incontrano alcuni padiglioni nazionali che non hanno posto ai Giardini.

Il Padiglione dell'Argentina propone la toccante e monumentale installazione scultorea di Adrián Villar Rojas "Ahora Estarè Con Mi Hijo" (ora sarò con mio figlio): un tentativo di dialogo intergenerazionale, in cui la primitiva e paterna matericità della terra cerca di comunicare con la modernità della fantascienza tecnologica dei linguaggi giovanili.


Adrián Villar Rojas, "Ahora Estarè Con Mi Hijo"


Del Padiglione Indiano mi ha incuriosito solo l'installazione video di Gigi Scaria (che, nonostante il nome, è nato in India) intitolata "Elevator from the Subcontinent" (ascensore dal subcontinente): riuscita nella tecnica e significativa nel concetto.


Gigi Scaria, "Elevator from the Subcontinent" (particolari), 2011
Installazione video a tre schermi

La Croazia ha presentato gli interessanti lavori del recentemente scomparso Tomislav Gotovac, e del collettivo BADco., sebbene per conoscere i retroscena concettuali dietro alla lunga attività artistica di Gotovac e ciò che all'apparenza sono semplici scene di vita o di pornografia privata e vintage servirebbe certamente più tempo; ma questo padiglione merita un encomio per aver messo a disposizione gratuita un giornale di ben quarantotto pagine con tutti gli approfondimenti necessari. Bravi, ottimo lavoro.


Tomislav Gotovac, "Family Film I", 1971, film 8 mm trasferito su DVD, 6’ e "Showing the Elle Magazine", 1962


Badco., "Responsibility for Things Seen: Tales in Negative Space", 2011
Installazione di quattro capitoli della serie video


Il Padiglione degli Emirati Arabi Uniti sorprende piacevolmente, in particolare con le fotografie di Lateefa Bint Maktoum, che mostrano atmosfere estremamente liriche immortalando soggetti tipici dell'Arabia che spesso gli occidentali associano a preconcetti e stereotipi tutt'altro che poetici.
Dolci, come le patate che ritraggono, e ingenuamente primitivi sono i graffiti su sassi di Abdullah Al Saadi, i quali sono un candido esercizio di confronto tra le forme delle patate dolci e quelle del corpo umano partendo dagli elementi che offre questa terra.



Lateefa Bint Maktoum, fotografie della serie "Observers of Change", 2011


Abdullah Al Saadi, "Naked Sweet Potato", 2000-2010
Installazione. Incisioni su rocce, disegni, oggetti


Sud America. Mentre il Padiglione Cileno propone il lavoro di un unico artista, "Gran Sur" (grande sud) di Fernando Prats, il Padiglione dell'Istituto Italo-Latino Americano è alquanto ricco, anzi troppo: troppa Videoarte, oltretutto con audio diffuso nell'unico ambiente, che crea una baraonda di suoni e immagini. Questo padiglione, posto quasi alla fine del già impegnativo percorso, può causare una crisi di rigetto per affaticamento; in ogni modo, come ci si aspetterebbe da questo paese, è denso di impegno a sfondo sociale e politico, e ogni opera affronta un tema; a volte in modo disgustoso, come in "La Fisiologia del Gusto" di Adán Vallecillo; altre volte con serenità bucolica come nel video "Home" di Gianfranco Foschino; oppure con l'amaro sarcasmo, preso da una realtà che si mescola alla fantasia, impresso nel video "Hecho en México" (fabbricato in Messico) di Bjørn Melhus.


Adán Vallecillo, "La fisiologia del gusto", 2010
Denti cariati e vassoio d'acciaio inossidabile

Bjørn Melhus, "Hecho en México", 2009
Video HD, colore, sonoro, 4’ loop


Il Padiglione Cinese, come ci si potrebbe aspettare, offre una selezione espressivamente quasi monolitica di opere intensamente spirituali, romantiche se volete, tutte imperniate sui soggetti caratteristici della cultura cinese: il té bevuto dai monaci buddisti in "Cloud-Tea" (nuvola di té) di Cai Zhisong, l'incenso in "Empty Incense" (incenso vuoto) di Yuan Gong, la medicina cinese in "All Things Are Visible" (tutte le cose sono visibili) di Yang Maoyuan, la scrittura ideografica in "Snow Melting in Lotus" (neve che si scioglie nel loto) di Pan Gongkai, il vino cinese e l'agopuntura in "I Plead: Rain" (io accuso: pioggia) di Liang Yuanwei. Nessun riferimento al dissenso: tutto è poesia, non siamo neanche lontanamente vicini al già sottile sarcasmo di Yue Minjun.
L'opera di Gongkai ha destato la mia attenzione per come gli ideogrammi disegnati alle pareti sovrastassero alcune lettere dell'alfabeto latino cadute a terra: simbolicamente sembra ricordare l'affermarsi del potere cinese a discapito della decrepita e corrotta società occidentale che si sta sciogliendo come neve (il fior di loto è un simbolo di purezza caro alla cultura buddista).
Non si può comunque biasimare il voler trasmettere un'immagine positiva della propria cultura, quando l'occidente non è migliore e si dedica alacremente alla diffamazione di chi fa vacillare il suo sfuggente primato economico.


Yang Maoyuan, "All Things Are Visible", 2011
Tecnica mista

Liang Yuanwei, "I Plead: Rain", 2011
Tecnica mista (aghi per punture lombari, vino cinese, macchinario idraulico)


Posto praticamente in fondo al percorso dell'Arsenale, troviamo il Padiglione Italiano.




Il Padiglione Italiano del tanto criticato critico Vittorio Sgarbi

La curatela del Padiglione Italiano di quest'edizione è stata affidata all'arcinota icona della critica Vittorio Sgarbi.
Chi non frequenta le agorà d'arte contemporanea, forse non sarà al corrente di quanto il noto critico sia stato biasimato e deriso per le scelte prese nel "suo" padiglione. Come tutti possono immaginare si tratta di un dissenso utile alle faziosità partitiche concorrenti (non ho usato il termine antagoniste), che poi si è trasformato in un coro quasi unanime, un ostracismo popolare. L'idea di Sgarbi per il padiglione, perfettamente espressa dal titolo "L'arte non è Cosa Nostra", è quella di portare in Biennale quanti più artisti possibile, compresi nomi nuovi e giovani emergenti o poco noti, rompendo quel cartello curatoriale che dà spazio solo alla propria elitaria scuderia di "artistar". Il principale motivo del dissenso è quello che il padiglione, pieno di artisti, sarebbe stato un calderone di artistucoli che non rappresentano le eccellenze italiane di fronte al mondo.
Il dissenso su internet è stato così pervasivo, che anche entrando al padiglione si incontravano diverse persone che proferivano le stesse lamentele, girando per i locali con un'espressione disgustata e gli occhi sgranati come a dire "che vergogna", magari dimenticandosi che nel padiglione fossero esposte perfino opere di artisti.


Una vista del Padiglione Italiano

Come spesso sottolineo, non mi interessano queste faziosità partitocratiche intestine al potere e ai governi; detto questo, trovo immotivate e capziose queste critiche. In primo luogo un critico è libero delle proprie scelte; infatti Sgarbi ha difeso questo diritto in tutte le conferenze usando i suoi soliti modi, ossia maltrattando chi lo criticava. In secondo luogo trovo incoerente l'atteggiamento popolare che si è mosso contro la non rappresentatività del Padiglione Italiano a causa della presenza di artisti non importanti, quando da sempre sulle piattaforme di discussione la prima lamentela è sempre stata quella dell'impossibilità di penetrare quella piccola sfera elitaria di artisti scelti da baronati di critici e curatori, della difficoltà di esporre e avere visibilità incontrare dagli artisti non ancora emersi. Sgarbi ha invertito questa tendenza, pertanto deve aver dato molto fastidio a quanti ormai giacevano sugli allori di un sistema dell'arte graniticamente arroccato su se stesso.
In fondo al Padiglione Italiano, subito dopo il "Museo della Mafia" (che non mi interessava visitare, anche per mancanza di tempo), si trova un video che, seppure senza un contraddittorio, espone i retroscena che fanno comprendere i motivi della scelta di Sgarbi.

La scelta di aver affidato la selezione dei 276 artisti presenti non a critici e curatori, ma a persone della cultura, dovrebbe offrire uno spaccato dell'Arte che piace, e non dell'Arte che dovrebbe piacere.

Ma veniamo ai fatti.
In sintesi, se da una parte ammiro e sostengo l'intento di Sgarbi, in verità non ho apprezzato il risultato in tutto.


Paolo Consorti
"Rebellio Patroni", 2011
Tecnica mista

Greta Frau
Serie "L'ultima classe"
Olio su MDF

Dora Tass
Serie "Oggetti Perturbanti"
Assemblaggi con ologrammi

Gaetano Giuffrè
Serie "Figure"
Terracotta policroma

Indubbiamente il Padiglione Italiano è un tripudio di creatività tanto esuberante quanto lo è il curatore; ma se per bellezza e impegno estetico mi è piaciuto nella sua interezza, ho però sentito la mancanza di impulsi o richiami concettuali che stimolassero la mia curiosità; tanto più che l'ossessiva presenza di patriottismo risorgimentale, con bandiere tricolori, eroi, accenni e sagome della storia d'Italia, mi ha disturbato.
Ma il fattore che secondo me vanifica il nobile intento di Sgarbi, è l'assenza di informazioni sugli artisti in esposizione: in questo padiglione più che in altri, si sente la mancanza di materiale informativo; porre accanto alle opere qualche testo di approfondimento sull'autore dovrebbe essere sempre una prassi, ma lo è soprattutto in questo caso dove si presentano molti artisti meno noti la cui espressione e motivazione non è necessariamente nota a tutti.
L'unico modo di conoscere gli artisti, forse, è la solita "opportunità" di noleggiare le detestabili audioguide a pagamento.
Guarda caso, la prima cosa che ho notato all'ingresso è questo foglio malamente appiccicato su una cassa accanto al tavolino della reception che invita, con un titolo ambiguo e solo in italiano, al noleggio dell'audioguida: very ugly!


Please... buy the guide

La seconda cosa che mi ha colpito appena entrato, diversamente da altri padiglioni, è stato il fortissimo odore di colori a olio e altri media pittorici, nonostante l'esposizione fosse stata inaugurata mesi prima; segno di una massiccia presenza di opere recentissime, oppure completate all'ultimo momento (in effetti nelle agorà telematiche si annunciarono incertezze e ritardi causati dalle indecisioni degli organizzatori e dalle paventate dimissioni del curatore). In effetti, come ci si poteva aspettare, a primo acchito il padiglione è veramente intricato, con un numero impressionante di opere e artisti spesso disposte molto vicine le une alle altre; assolutamente diverso dagli spazi semivuoti e austeri delle altre edizioni.
Viste le ragioni del curatore, non poteva essere altrimenti, ma in più sento di dire che se la penisola italica fin dall'antichità è riconosciuta per la sua Arte, l'ingegno e la creatività dei suoi abitanti, penso che questo padiglione è coerentemente un tripudio di espressività artistica, delle più svariate forme.
Anche l'allestimento è diverso dal solito, tanto da sembrare quello di una fiera mercato: l'illuminazione dei locali è totale (magari in coerenza al titolo generico ILLUMInazioni), niente zone in penombra, niente atmosfera evocativa, niente da scoprire un poco alla volta, tutto è chiaro.
Inoltre, le opere d'Arte sono esposte accanto alle stesse casse di legno con cui si trasportano. Aver ricreato l'atmosfera degli stand di una fiera mercato, in questo periodo di recessione economica, forse ha lo scopo di ricordare al pubblico che l'arte è in vendita, che non è solo un fenomeno museale o, peggio, d'intrattenimento.

Come prima accennato, il padiglione ha un'evidente ispirazione patriottica (ovviamente per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia), e molte sono le opere che utilizzano i simboli, le icone e i colori associati all'Italia. Non mi piace che Arte ed economia si confondano, ma d'altronde, proporre le peculiarità del proprio paese è ciò che fanno anche molti altri padiglioni (magari non in modo così nazionalistico, bensì culturalmente peculiare), basti vedere quello croato, o quello arabo, mentre l'arte italiana ha spesso peccato di esterofilia, di adeguamento a culture ritenute superiori. Non che io condivida i sentimenti patriottici o nazionalistici, giacché le nazioni sono solo delle linee di confine tracciate sulla carta, ma l'identità dei popoli e la diversità delle loro culture sono sicuramente necessarie per continuare ad avere opportunità di confronto e di miglioramento. Mi disturba solo la presenza esasperata dei colori della bandiera: per quanto mi riguarda, le bandiere sono la più abietta espressione della cultura di un popolo.


Italians do it better...

Quindi, tanti stimoli per l'occhio, tanta estetica reboante e tanta cura per l'immagine. Praticamente è un po' lo stereotipo dell'Italia all'estero.
È in definitiva un padiglione da scoprire di persona, ma nel complesso, come le altre presenze dell'Arsenale, è carente di materiale informativo.




I Giardini e il Padiglione Centrale

Diversamente dall'Arsenale, quasi tutti i padiglioni nazionali dislocati ai Giardini offrono almeno un opuscolo informativo all'ingresso.

Quest'anno alla Biennale sono presenti molti artisti dalla Svizzera, probabilmente per le origini della Direttrice, Bice Curiger; per contro, il relativo padiglione ai Giardini ne propone uno solo: Thomas Hirschhorn, che letteralmente invade i locali con un'installazione in larga scala, intricata come un labirinto e dall'argomentazione complessa. "Crystal of Resistance" è realizzata con una massa enorme di oggetti e materiali riciclati tenuti insieme con del comune nastro da imballaggio: ascoltandone le opinioni, ad alcuni visitatori appare assolutamente orrenda. Ma il valore di quest'opera, oltre alla realizzazione estremamente complessa, è nei contenuti, rivelati da una spietata rassegna su tutte le brutture e le aberrazioni degli esseri umani; è quasi un'enciclopedia dell'idiozia e della cattiveria a cui nulla sfugge: guerra, prevaricazione, inquinamento, autodistruzione, ipocrisia, avidità, eccetera. A tutta questa follia si contrappone il cristallo, simbolo di bellezza (intesa come purezza e perfezione) e di durezza (intesa come inattaccabilità e resistenza).
Attenzione: sono presenti immagini estremamente cruente.


Thomas Hirschhorn, "Crystal of Resistance", 2011
Particolari dell'installazione ambientale


Nel Padiglione Venezuelano ci si può sollevare l'umore con la gradevole "Gran Interior" di Francisco Bassim: un insieme di storici e famosi personaggi rivisitati in modo caricaturale; un'opera leggera, ma non per questo inefficace.


Francisco Bassim, "Gran Interior", 2011
Acrilico su tela incollata su PVC, 40 figure di misure diverse



Il Padiglione Danese accoglie molte opere interessanti, che però sono state realizzate anche da artisti di altre nazioni. Il fatto che un padiglione nazionale possa accogliere artisti esteri è un modo con cui questi riescono a partecipare alla Biennale pur non essendo stati selezionati dal proprio paese.
Visto che molti sono i padiglioni transnazionali (tra tutti quello costaricano, pieno di artisti italiani), mi domando che senso abbia continuare a intitolarli alle nazioni.
Così la Danimarca presenta il tedesco Thomas Kilpper che rende "omaggio" all'Italia con una struttura calpestabile in legno sul cui pavimento sono intagliati i volti di molti nostri personaggi della politica.


Thomas Kilpper, "Pavilion for Revolutionary Free Speech" (particolare), 2011

Sono molte le foto della statunitense Taryn Simon, che si dedica alla rappresentazione di soggetti misconosciuti, di ciò che viene omesso per interesse o decenza, pur riuscendo a raffigurarli in modo gradevole, con quel lustro patinato tipico delle riviste di moda.


Taryn Simon
"An American Index of the Hidden and Unfamiliar", 2007
Dogana U.S.A., New York

Taryn Simon
"An American Index of the Hidden and Unfamiliar", 2007
Imenoplastica, Florida

Molto interessante è il lavoro di Zhang Dali: una grande ricerca sulla manipolazione fotografica usata dalla propaganda cinese.


Zhang Dali, "A Second History", 2003-2010
Stampe cromogeniche, 22 opere da una serie di 130


Da non perdere il sorprendente Padiglione Coreano, che è dedicato a un unico artista multidisciplinare che espone video, foto, sculture e installazioni entusiasmanti: Lee Yongbaek.
Tre i temi esposti: i soldati mimetizzati tra coloratissimi fiori in "Angel Soldier", la drammatica lotta tra creatore e creazione nella serie di sculture "Pieta" e le bellissime installazioni video "Broken Mirror".


Lee Yongbaek
"Pieta: Self-death", 2008
Plastica a fibra rinforzata

Lee Yongbaek
Serie "Angel Soldier_Photo" (particolare), 2011
Stampa cromogenica

Lee Yongbaek
Serie "Broken Mirror", 2011
Monitor 42”, specchio, altoparlanti


Anche il Padiglione Giapponese è da vedere, anche se c'è un po' di fila all'ingresso; ma se preferite aspettare un momento in cui ci sia meno gente, potete sedervi nel portico sottostante, dove vengono proiettati alcuni elementi dell'opera: si tratta di "teleco-soup", realizzata da Tabaimo. All'interno l'ambiente è rivestito di specchi curvi su cui viene proiettata quest'animazione che ha lo stile moderno degli anime ma che conserva tutta la tradizione di grandi artisti giapponesi dell'antichità quali Utamaro e Hokusai.
L'effetto è davvero coinvolgente e, a detta di alcuni, anche sconvolgente.


Tabaimo, "teleco-soup"
Installazione con proiezioni video


Placidamente poetiche e al contempo amaramente nichilistiche: sono le opere dell'Artista Steven Shearer, scelte dal Padiglione Canadese per proporre una riflessione sul dissenso sociale che sfocia nel disagio umano e nell'alienazione.


Steven Shearer
"Larry in Germany", 2004
Olio su tela

Steven Shearer
Alcuni disegni


Il Padiglione Britannico è costituito da una delle installazioni in larga scala di Mike Nelson. "I, IMPOSTOR" è un intero edificio in cui vengono ricostruiti labirintici ambienti che servono all'Artista per raccontare l'opera; quasi un puzzle di cui si scoprono i tasselli man mano che ci si addentra nella struttura.


Mike Nelson, "I, IMPOSTOR" (riedizione di "Magazin: Büyük Valide Han"), 2011
Installazione in larga scala



L'immensa installazione "Chance" di Christian Boltanski occupa tutti i quattro locali del Padiglione Francese. Si tratta di un'opera dall'impatto emotivo fortissimo che può dare fastidio a molti, ponendo brutalmente lo spettatore di fronte al fenomeno dell'esponenziale prolificità dell'unico essere che non ha predatori e ha sovvertito l'ecosistema di questo pianeta: l'uomo.
Facce di neonati stampate su fogli scorrono su una struttura che ricorda le rotative editoriali o altre macchine industriali.
Qui ho potuto incontrare lo sguardo di alcuni visitatori soddisfatti ed entusiasti, e di altri che assumevano un'espressione seria o enfaticamente dispiaciuta, in particolare alcune signore, che probabilmente hanno pensato di essere colpevoli. Ho anche ascoltato una mamma che con impaccio dava una disneiana spiegazione dell'opera ai propri curiosi bambini.
Un'opera da scoprire, senza dimenticarsi di fare un giro anche all'esterno del padiglione.


Christian Boltanski
"Chance: The Wheel of Fortune", 2011
Installazione

Christian Boltanski
"Chance: Be New", 2011
Installazione video interattiva



Gli Stati Uniti presentano alcune installazioni scultoree interattive e performative del duo Allora & Calzadilla (Jennifer Allora e Guillermo Calzadilla) che trasformano elementi caratteristici del loro paese in momenti di riflessione.
A guardare e sentire "Algorithm" si viene pervasi da una solenne e inquietante soggezione: si tratta di un Bancomat (operativo) sormontato da un organo a canne che suona melodie generate in base alle operazioni effettuate allo sportello bancario.
Le graffianti sculture lignee "Body in Flight" sono da vedere durante la performance ginnica dei due atleti che fanno parte dell'opera.
Entrambe le installazioni "Armed Freedom Lying on a Sunbed" e "Track and Field" (questa posta all'esterno), sono un'evidente critica al sistema statunitense; la seconda in particolare rende immediatamente l'idea di come il loro benessere venga mantenuto grazie alle guerre che vengono chiamate "esportazione della democrazia".


Allora & Calzadilla
"Algorithm", 2011
Bancomat, organo, computer

Allora & Calzadilla
"Body in Flight (Delta)", 2011
Scultura e performance. Legno tinto, ginnasta

Allora & Calzadilla
"Track and Field", 2011
Carro armato, ginnasta


Del Padiglione Israeliano consiglio la visione del breve video "Laces" di Sigalit Landau. Con le sue opere l'Artista ci parla di intermediazione e acqua, due argomenti che in Israele sono tanto importanti da diventare quasi dei tabù.


Sigalit Landau, "Laces"
Video a 12 canali, 3’11”



Il Belgio propone l'interessantissimo progetto di Angel Vergara intitolato "Feuilletton", in cui si unisce la pittura al video, che sembra esprimere disillusione, mettendo in discussione la reale efficacia e capacità dell'Arte di cambiare gli eventi della società con l'impegno degli artisti, a cui alla fine viene data la sola possibilità di porre un patetico strato decorativo estraneo al mondo e da ciò che ormai è già accaduto.


Alcuni fotogrammi del video


Angel Vergara, "Feuilletton", olio su vetro


Nel Padiglione Centrale dei Giardini, come di consueto, si trovano numerose artistar.
Inoltre quest'anno è stata dedicata una sala al Rinascimento (con tre grandi dipinti del Tintoretto) dove mi sono soffermato solo per cambiare le batterie alla macchina fotografica, sotto l'osservazione delle due guardie che si sono insospettite vedendomi accovacciare per aprire the camera bag.

Vista la corposa presenza di artisti svizzeri, non poteva mancare il duo Peter Fischli & David Weiss, che presentano l'installazione "Space Number 13": per il numero, la proiezione della Luna sulla parete e i tubi che ricordano i moduli di un razzo vettore, sembrerebbe una dedica alla missione Apollo 13.


Fischli & Weiss, "Space Number 13" (particolare), 2011
Installazione. Tre tubi e due muri in creta cruda su piedistalli, proiezione della Luna



La svizzera Pipilotti Rist è presente con le sgargianti e ipnotiche proiezioni su dipinti "Laguna", "Prisma" e "Antimateria": dei veri e propri strumenti per far riposare il cervello.


Pipilotti Rist, "Laguna", 2011
Proiezione video su dipinto

Pipilotti Rist, "Antimateria", 2011
Proiezione video su dipinto


E Maurizio Cattelan? Ovviamente non manca, anzi è dappertutto, sopra le nostre teste. In molte delle sale è presente la sua installazione "Others": su cornicioni e infrastrutture ha fatto collocare un cospicuo numero di piccioni tassidermizzati; sarcasticamente ha posto al di sopra di tutto e di tutti questi volatili, che vivono incuranti di quanto accade nella nostra società, e volendo nel sistema dell'arte. Ovviamente in questo caso gli escrementi che lascerebbero cadere con noncuranza sulle persone possiamo solo immaginarli; per questo motivo penso che Cattelan, se avesse potuto, i piccioni li avrebbe messi vivi.


Maurizio Cattelan, "Others" (particolare), 2011
Installazione. Piccioni tassidermizzati



Non per superficialità da gossip, ma guardando le opere di Cindy Sherman la prima cosa che mi è venuta in mente è stata: com'è invecchiata! Per me fino a oggi è stata quella ragazza degli affascinanti "Untitled Film Stills". Il potere delle immagini.


Cindy Sherman, senza titolo (particolari)
Installazione fotografica


In una sala adiacente si trova il parapadiglione ideato da Monika Sosnowska, che ospita un'altra installazione di Haroon Mirza e due intense serie di fotografie del sudafricano David Goldblatt dedicate alle condizioni di vita nel suo paese. La serie intitolata "AREALS" ritrae dall'alto alcuni sconfortanti scenari urbani o para urbani, mentre l'altra serie ritrae persone che vennero condannate per crimini, a cui sono affiancate le toccanti storie che li ha condotti a commettere omicidi e altri delitti. L'autore si è impegnato a non percepire alcun guadagno dalla vendita di queste opere, ma di devolvere i proventi in favore della rieducazione dei detenuti.


David Goldblatt, "A family picnic in the north-west of Johannesburg", 2009
Stampa fotografica


Nei pressi possiamo entrare nella "saletta dei divertimenti": come in altre edizioni c'è un'installazione che lascia il pubblico libero di modificarla, anzi di crearla; si tratta di "#Jan25 (#Sidibouzid, #Feb12, #Feb14, #Feb17...)" della statunitense Norma Jeane, costituita inizialmente da un enorme blocco di plastilina in tre colori che il pubblico può utilizzare a piacimento per plasmare ciò che vuole, o anche per portarsela via. Ma al di là dell'aspetto giocoso c'è di più: i tre colori sono quelli di molti paesi arabi (nero, bianco e rosso) e il titolo è composto da canali di un famoso social network utilizzato come riferimento durante le recenti rivoluzioni in quelle zone. L'opera sembra voler dire che i social network danno la possibilità alla gente di cambiare il mondo (e in particolar modo quello arabo, ossia la plastilina tricolore), ma l'Artista non prende in considerazione (o non sa) che i think tank occidentali hanno creato e pilotato tali "rivoluzioni" (che sono invece giochi di potere) proprio tramite internet. A ben vedere è in contrasto col sottile dissenso che i suoi connazionali Allora & Calzadilla hanno espresso nel patrio padiglione.
All'opera resta comunque il merito indiretto di aver fatto emergere ancora una volta l'espressione popolare, la quale dimostra che al 999‰ anche i visitatori di una Biennale (o più probabilmente i bambini che hanno portato con loro) non hanno capito il senso dell'installazione, e che ama esprimersi quasi esclusivamente con nomi, tags, smilies, cuoricini, vermi, caccole, triti simboli ideologici, nomi di squadre di calcio, copiose stalattiti di muco e anche parecchio sporco per terra; in compenso sembrano molto educati: non si è vista né un'offesa né una figurina licenziosa; forse anche qui sono state rimosse come nei social network?


Norma Jeane, "#Jan25 (#Sidibouzid, #Feb12, #Feb14, #Feb17...)", 2011
Plastilina colorata


Restando in tema di critica allo spirito statunitense, possiamo ammirare quattro opere di Llyn Foulkes, un anziano signore che da cinquant'anni crea opere inspiegabilmente irresistibili, che hanno tutto il fascino del Surrealismo magrittiano e la verve del Dadaismo.


Llyn Foulkes
"Lucky Adam", 1985
Tecnica mista

Llyn Foulkes
"Mr. President", 2006
Olio e acrilico su legno montato su tela


La riproduzione in scala ridotta del Palazzo della Civiltà Italiana che lo svedese Karl Holmqvist ha inserito nella sua installazione di scritture murali, probabilmente come omaggio, col tempo si è trasformata in un'opera concettuale, grazie ai visitatori che hanno pensato di buttare delle monetine al suo interno. Se non ne avessi visto foto precedenti con meno elemosine, avrei pensato che fosse una provocazione dell'Artista relativa alla situazione economica degli artisti italiani.


Karl Holmqvist, senza titolo (Memorial) , 2011
Riproduzione in scala 1:36 del Palazzo della Civiltà Italiana


Tornando all'aperto, si passa il piccolo canale che separa l'ultima parte dei Giardini dove si trovano gli altri padiglioni nazionali.
Tra questi è da segnalare quello greco, che Diohandi ha trasformato in una grande e piacevolmente solenne installazione audio-ambientale intitolata "Beyond Reform", un luogo perfetto dove farsi catturare da pensieri profondi.


Diohandi, "Beyond Reform", 2011
Installazione ambientale

All'esterno del Padiglione Greco sono visibili le tracce lasciate dalla presenza piratesca dell'Anonymous Stateless Immigrants Pavilion (padiglione degli anonimi immigranti apolidi), un'azione di disturbo che rivendica il diritto di dare un padiglione anche a chi non si sente cittadino di uno stato.


Segni lasciati dall'Anonymous Stateless Immigrant Pavilion, 2011
Giardini dell'Arsenale, Venezia


Nel Padiglione della Romania, tra l'altro molto interessante, è successo che il duo di artiste Anetta Mona Chişa e Lucia Tkáčová abbiano voluto attuare una protesta contro lo stesso mondo curatoriale che le ha selezionate, scrivendo con una bomboletta spray parole sovversive su tutte le opere appese o proiettate sulle pareti, comprese le stampe dell'altro artista in esposizione.
Non saprei dire se è stata un'azione concertata e scandalistica, in ogni modo rende ancora più interessante la visita a questo padiglione.
Bellissima l'opera "Ieşirea în strada" (manifestazione in strada) di Ion Grigorescu, amaramente sarcastica.
Attenzione: nel padiglione è presente un video dal contenuto disturbante.


Una vista del Padiglione Rumeno
dopo il gesto di protesta

Ion Grigorescu
"Ieşirea în strada", 2011
Video proiettato su sofà, 9’


Del Padiglione Venezia è da segnalare l'impressionante e frastornante installazione di Fabrizio Plessi intitolata "Mari Verticali".


Fabrizio Plessi, "Mari Verticali", 2011
Installazione video

Il Padiglione Egiziano propone "30 Days of Running in the Space" di Ahmed Basiony: una celebrazione all'Artista ucciso durante la cosiddetta Rivoluzione Egiziana, ovvero il momento in cui il popolo egiziano, stufo di una dittatura, ne scelse un'altra eventualmente peggiore, come insegna il profeta George Orwell (vedi le considerazioni fatte per l'installazione di Norma Jeane).


Ahmed Basiony, "30 Days of Running in the Space", 2010
Performance


Emozionante e imperdibile il Padiglione Austriaco interamente dedicato all'eclettico Markus Schinwald, che espone dipinti, video e sculture dalle atmosfere inspiegabilmente mesmeriche, inquietanti, misteriose e affascinanti, che sembrano voler indagare le origini del disagio esistenziale contemporaneo nelle reliquie del nostro passato.



Markus Schinwald, installazione ambientale con dipinti, sculture e video

In questa parte dei Giardini si trova l'ultimo dei parapadiglioni, quello ideato da Oscar Tuazon (ospitante un murale di Ida Ekblad e un'installazione sonora di Asier Mendizabal), che mi permetto di includere tra i padiglioni nazionali presenti ai Giardini che ho volutamente omesso: Australia, Brasile, Germania, Olanda, Finlandia, Svezia, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacca, Russia, Serbia, Spagna, Ungheria e Uruguay.

Penso che l'idea dei parapadiglioni, dopo averli visti tutti, non sia stata ben sviluppata: non sarebbe stato meglio includere gli artisti ospitati semplicemente nella selezione ufficiale?




Altre partecipazioni nazionali ed eventi collaterali

Alcune delle mostre di rappresentanza nazionale più meritevoli di una visita sono dislocate anche per Venezia, la maggior parte delle quali sono a ingresso gratuito. Insieme agli eventi collaterali offrono la possibilità di fare un'indigestione d'Arte anche senza varcare le soglie di Arsenale e Giardini.

Il primo evento collaterale che consiglio di visitare è "Personal Structures" sita in Palazzo Bembo, vicinissimo al Ponte di Rialto (Riva del Carbon, San Marco 4785). L'ingresso costa 10 €, ma li vale, trattandosi in effetti di una Biennale in miniatura, con una trentina di artisti disposti in circa venti stanze.
Nello stesso palazzo è possibile visitare gratuitamente l'altrettanto valida esposizione personale "Eternal Love" di Wolfgang Joop.


Ricordo di Roman Opałka a Venezia

Hermann Nitsch, "130. Aktion", 2010
Performance


Tony Matelli, "Josh", 2010
Silicone, schiuma, acciaio, capelli e uretano

Andrew Putter, "Secretly I Wil Love You", 2007
Installazione video


Marina Abramović, "Confession", 2010
Performance su DVD

Tatsuo Miyajima
"Pile Up Life No. 6", 2008
LED, IC, pietra, filo


Molto interessante quanto proposto dal Portogallo (Ca' Garzoni, Calle del Traghetto, sestiere San Marco). Si tratta di "Scenario", una serie di proiezioni scultoree di Francisco Tropa: affascinanti e inaspettate.


Francisco Tropa, "Scenario", 2011
Installazione site-specific con apparecchi di proiezione



Negli spazi di Palazzo Malipiero (sestiere San Marco, vicino al Ponte dell'Accademia) si concentrano ben cinque partecipazioni nazionali: Estonia, Montenegro, Cipro, Asia Centrale (Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan e Uzbekistan) e Iran, oltre a una mostra fuori dal programma della Biennale.
La partecipazione nazionale dell'Estonia espone Liina Siib, che presenta il progetto "A Woman Takes Little Space" completamente dedicato alle donne. L'Artista espone fotografie, installazioni e video accompagnati da disegni delle donne intervistate.
Molto bello il video "Unsocial Hours", che fa riflettere sullo stile di vita di alcune operaie di una fabbrica di dolci nella reiterazione diuturna di una vita sociale che sembra non avere più senso.


Liina Siib
Serie "A Woman Takes Little Space", 2008-2011
Stampe fotografiche a pigmenti

Alcuni disegni delle
donne intervistate nel video
"Averse Body", 2007


Liina Siib, "Unsocial Hours", 2011
Video a 2 canali, 10’


Il Padiglione Montenegrino è dedicato alla presentazione del progetto MACCO di Marina Abramović, che ha il fine di creare un centro multimediale internazionale a Cetinje, la vecchia capitale monarchica del Montenegro. Presenti anche due video di Ilija Šoškic e Natalija Vujoševic.


Ilija Šoškic, "The Zigote", 2011
Video, 11’19”

Natalija Vujoševic, "See you at the line of horizon", 2011
Installazione video. Video, suono, vento


Nel Padiglione Cipriota la meticolosa ricerca di immagini storiche con cui Marianna Christofides ridisegna una realtà apparente, è affiancata alle stravaganti macchine di Elizabeth Hoak-Doering e i grafismi da esse prodotti, i quali ci pongono dubbi su cosa possa rappresentare e cosa sia l'intelligenza.


Elizabeth Hoak-Doering
"Things, witnesses!", 2009
Installazioni con oggetti disegnatori

Elizabeth Hoak-Doering
"things, witnesses!", 2009
Un disegno realizzato da un oggetto

Marianna Christofides


L'Iran si distingue da qualsiasi altra mostra di questa Biennale per la presenza di una musica di sottofondo nelle sale; è una formula espositiva ormai poco usata, ma in questo caso ha dimostrato quanto possa gradevole se ben studiata, infatti la mostra mi ha emozionato in particolar modo, ma ovviamente non solo per la musica. Le fotografie di Mohsen Rastani ritraggono toccanti scene di profonda poesia, che rivelano, anzi, ci riportano alla mente, un'obliata cultura persiana fondata sulla poesia delle cose umili e vere della vita e sulla profondità del pensiero filosofico.
Invece la cruda opera di Morteza Darehbaghi è un sacrario in cui sono rappresenti i volti di 2.000 delle 240.000 persone che persero la vita durante la guerra con l'Iraq; nelle parole dell'Artista, le facce sono impresse su tanti piccoli specchi perché gli osservatori possano sovrapporvi la propria e pensare se fossero stati uno di loro.


Mohsen Rastani
Stampa fotografica

Morteza Darehbaghi
Installazione


All'opposto, il Padiglione Iracheno (sito vicino all'Arsenale, Fondamenta Sant'Anna) si è rivelato ormai estremamente occidentalizzato, sia nella rappresentazione estetica che nell'espressione della cultura e delle tradizioni, che sono state totalmente soppresse. Bye bye, Baghdad.

Ma torniamo a Palazzo Malipiero. Sebbene piuttosto ampio, nulla da segnalare del Padiglione dell'Asia Centrale, tranne l'installazione "Mutation" del kazako Yerbossyn Meldibekov e il progetto "ABC Representations" che è stato ideato dai tre curatori invece che da un artista; si tratta di una tavola con venticinque immagini che alcune persone intervistate hanno associato alla regione asiatica.


Padiglione Centrasiatico, "ABC Representations"


Molto piacevole invece l'installazione fuori Biennale intitolata "HOMELESS" di Daniel Glaser e Magdalena Kunz, dove alcune sculture cinematografiche raffigurano dei senzatetto impegnati in profondi dialoghi di ispirata poesia e filosofia.


Glazer/Kunz, "HOMELESS", 2011
Installazione video

Glazer/Kunz, "HOMELESS", 2011
Installazione video


Se invece, come ogni turista che si rispetti, avrete scelto di girovagare per calli e fondamenta e dopo tanto camminare aveste bisogno di un momento di relax, potreste considerare di fare una visita all'evento collaterale taiwanese "The Heard & The Unheard - Soundscape Taiwan" (Palazzo delle Prigioni, sestiere Castello, a pochi passi da Piazza San Marco): vi attende una libreria sonora fruibile in una sala d'ascolto in cuffia fornita di comode poltrone e arredi riciclati da tipici locali Karaoke di Taiwan, disegnata dall'Architetto Kuo-Chang Liu.
Anche le opere audiovisive di Hong-Kai Wang e Yu-Hsien Su sono imperniate sulla relazione tra musica e società.

Anche al Museo Diocesano, a pochi passi da lì, c'è un'installazione audiovisiva asiatica che sembra aver contato sulle stanche gambe dei visitatori: è la fumosa "The Cloud of Unknowing" di Ho Tzu Nyen per il Padiglione di Singapore: comodissimi ed enormi pouf su cui sdraiarsi vi aspettano. Molto entertainment.


Hong-Kai Wang, "Music While We Work" (due fermi immagine), 2011
Installazione audiovisiva multicanale


Se vi ha preso la musica, da segnalare anche il Padiglione Neozelandese, che presenta alcune sculture di Michael Parekowhai. Negli intenti dell'Artista, il vero significato dell'esposizione è il programma di concerti musicali che vengono suonati dal vivo al pianoforte da lui intagliato, perché come dice: "la musica riempie lo spazio in un modo che non è dato alle cose", riferendosi anche alle sue possenti opere.


Michael Parekowhai, "He Kōrero Purakau mo Te Awanui o Te Motu: story of a New Zealand river", 2011
Pianoforte intagliato e musica dal vivo

Michael Parekowhai, "A Peak in Darien", 2011
Due sculture in bronzo e acciaio inossidabile


Bellissimo il Padiglione del Lussemburgo (Ca’ del Duca, sestiere San Marco), dove i due artisti Martine Feipel e Jean Bechameil hanno trasformato i locali in una visionaria alterazione percettiva sovrastata dall'atmosfera sospesa di un incubo architettonico.



Martin Feipel e Jean Bechameil, "Le Cercle Fermé" (il cerchio chiuso), 2011
Installazione site-specific

Per entrare al Padiglione Armeno (Ca' Zenobio, sestiere Dorsoduro) mi è stato chiesto di pagare 3 € per finanziare il restauro della sala, sebbene nel programma della Biennale non fosse indicato l'ingresso a pagamento!
Ho trovato la mostra poco interessante e ben al di sotto delle mie aspettative, avendo visto in passato una grande mostra a Napoli di artisti armeni molto più rappresentativa della loro cultura e del talento artistico armeno: peccato!

Dalle parti dell'Arsenale fate un salto al Padiglione del Bangladesh per vedere le "armi organiche" di Imran Hossain Piplu, curiosi reperti archeologici, evocanti immagini cronemberghiane, che rivelano fantasticamente un male immanente, e anche una speranza evolutiva.


Imran Hossain Piplu, "Warrasic Period", 2011
Installazione con immagini e sculture


Interessante il video di Melanie Smith "Bulto: Fragments" al Padiglione Messicano (Palazzo Rota Ivancich, sestiere Castello, non lontano da Piazza San Marco).




Il Padiglione delle Toilettes

Non è una burla: ecco la recensione del 1° Padiglione delle Toilettes della Biennale d'Arte di Venezia, che per non contaminare questo articolo è stata pubblicata in questa pagina.




Conclusioni

La Biennale di Venezia è certamente uno degli eventi più complessi e impegnativi, e questa già lunga recensione non è che una limitata selezione soggettiva che non impedirà di scoprire altre interessanti opere a quanti decideranno di visitare la mostra in quest'ultimo periodo autunnale.
Confrontarsi con tanti diversi pensieri e culture mette alla prova la nostra apertura ed elasticità mentale: ci si accorge che dopo una certa astensione si riscopre il vantaggio di confrontarsi con l'Arte e la necessità di togliere quella polvere che lenta si deposita sulle idee.

Le novità proposte da questa Biennale (in particolare per il Padiglione Italiano), che hanno sollevato tanto clamore, dissenso e discussioni, alla fine non hanno cambiato poi molto. È proprio la formula delle biennali che rimane ciò che è sempre stata: una kermesse dove perdersi tra le tante opere, dove emerge chi emerge in base all'apprezzamento dell'osservatore (che però a volte si lascia attrarre dalle urla più forti).
Più realisticamente è un'occasione per girovagare in cerca di qualcosa che ci possa piacere o incuriosire: questo in fondo è il fine di qualsiasi mostra, e quest'anno più che mai è stata offerta una grande possibilità di scelta.

A parte le piccole osservazioni fatte nella recensione, mi lamento della pretesa che la visita alle sedi principali sia suddivisa in due soli ingressi, ossia di avere virtualmente 16 ore di tempo (ossia in due giorni dalle 10.00 alle 18.00, escluse code, pranzo e pausa per riposarsi) per visitare Arsenale e Giardini: ciò rende impossibile una visita approfondita senza fretta, e soprattutto penalizza la Videoarte, in quanto la gente preferisce ignorarla per il tempo che richiede ciascuna opera.
Per il visitatore occasionale il pass permanente da 70 € è inadeguato, mentre suddividere il biglietto d'ingresso in tre sezioni anziché due sarebbe ideale.

Partecipazioni nazionali ed eventi collatarali da non perdere in giro per Venezia:
- Portogallo (Ca' Garzoni)
- Estonia, Cipro e Iran (Palazzo Malipiero)
- Lussemburgo (Fondaco Marcello)
- Personal Structures (Palazzo Bembo, ingresso 10 €)

Jizaino -