La performance contemporanea

Esistenze video oltre la società dell'immagine

di Jizaino, 10 maggio 2017


Storicamente, dal punto di vista concettuale, gli artisti della performance tradizionale come Jochen Gerz o Marina Abramović & Ulay ci hanno abituato ad associare questa pratica artistica con il superamento, o meglio il raggiungimento, dei limiti umani.
Il bisogno di stupire con qualcosa di non comune, per estendere i limiti del pensiero oltre l'incomprensibile e di scuotere un conformismo tanto inamovibile quanto disperatamente normalizzante, ha reso necessaria una graduale estremizzazione delle azioni, la quale è finita per diventare il fine concettuale.


Jochen Gerz
"Rufen bis zur Erschöpfung"
(Chiamare fino allo sfinimento), 1972


Marina Abramović & Ulay
"AAA-AAA", 1978


Invece dal punto di vista pratico, fin dal primo momento la performance, anche quella dell'arte smaterializzata di Allan Kaprow, per sopravvivere e persistere nella storia ha avuto bisogno di essere registrata, di un supporto foto o cine e successivamente video: nasce la videoperformance, che grazie alla riproduzione differita arriva a non necessitare più di un pubblico fisicamente presente. Quindi, con l'avvento di internet e dei video online la videoperformance finalmente può essere fruita da una platea ben più ampia di quella presente in un luogo fisico.


Giuliano Sturli
"Danza Fatua", 1987


Sebbene vengano spesso associate, non bisogna confondere la videoperformance con la videoarte: una performance è prevalentemente la messa in scena di un'azione premeditata, come a teatro, anche se talvolta improvvisata e suscettibile di variazioni estemporanee o per l'intervento del pubblico. L'azione che compie l'artista deve risultare l'elemento preponderante nella relativa registrazione video, non il collaterale utilizzo della propria immagine in un video artefatto.

Oggi la performance in video è diventata un fenomeno di massa: condividere un video online è alla portata di chiunque, così assistiamo al proliferare di riprese che immortalano imprese, bravate, dimostrazioni del proprio talento, nell'accezione di performance intesa come prestazione, o gesta impressionanti e coraggiose.
In questa moltitudine, i confini tra le motivazioni del video-posting e quelle della performance artistica sono indistinti, tanto che solo quegli artisti precursori della performance, che agirono prima dell'avvento di internet (o in certi casi della televisione), potrebbero essere considerati gli unici e miliari rappresentanti di un movimento ormai esausto perché ha raggiunto il proprio scopo, di un'epoca conclusa perché assimilata dalla società; ma si sa: gli artisti prima o poi cambiano le cose, perciò è interessante indagare le tendenze contemporanee per cercare di capire dove stia andando l'arte performativa.

Il video-posting odierno rispecchia fedelmente l'identificazione dell'arte con la vita preconizzata nel Fluxus di Allan Kaprow, e sembra ispirarsi al desiderio di superare i propri limiti affrontata dai più noti performer moderni come Marina Abramović, confermandone l'avvenuta massificazione.


Jazmin Taco
"Eyelashes Sculpture - Part I"
(Scultura di Ciglia finte - Parte I), 2017


Attualmente, la performance tradizionale, quella dal vivo, sopravvive in pochi casi, ad essa si preferisce la videoperformance, per potersi avvantaggiare delle nuove possibilità tecnologiche, ma anche a causa di un'economia globale in crisi che pone limiti e richiede partecipazione etica sia agli artisti che al pubblico; in questo senso, la videoperformance ha spostato l'obiettivo del superamento dei limiti dalla sfera umana a quella economica.


Roberto Voorbij
"Alledag." (Tutti i giorni), 1997

Le performance artistiche tese a stupire o scandalizzare l'opinione pubblica ormai non suscitano più tanto clamore, apparendo piuttosto blande e naif rispetto alle miriadi di ben più sconvolgenti video condivisi da "anonimi" individui, come le follie acrobatiche di parkour estremo, in molti casi terminate con la morte "in diretta" dell'atleta, come fossero snuff-movie. Le performance sul dolore, sulla sollecitazione della resistenza umana, ormai potrebbero essere considerate non più al passo coi tempi: la realtà, tra superlavoro, body-modding, autolesionismo e BDSM, ha superato le timide fantasie degli artisti di un tempo. Ma c'è un motivo.


Joan Jonas
"Wind" (Vento), 1968


È importante notare che i video online delle performance d'arte ottengono poche visualizzazioni rispetto a quelle di "sconosciuti" in cerca dei propri "quindici minuti di celebrità", che invece ne ricevono anche milioni. Ciò è dovuto al fatto che quasi sempre gli artisti sono persone estremamente sensibili, che hanno intrapreso un percorso filosofico e che utilizzano il mezzo per uno scopo diverso dalla mera affermazione di sé, ossia per trasmettere un pensiero o concetto metafisico, per condividere la loro motivata convinzione, e non una "mostruosità" mondana, un primato virtuosistico o il proprio status; al contrario sono più spesso attori nell'interesse comune, sostenuti da una magrittiana capacità di annullare il proprio ego, per cui risultano profondamente disturbanti a gran parte del pubblico abituato alla discultura mainstream, che propaganda il soddisfacimento dell'edonismo egocentrico e dell'orgoglio.


Benna G. Maris
"Nothing happened - Archetype"
(Nulla accadde - Archetipo), 2012


Oggi assistiamo appunto allo sviluppo di videoperformance che riprendono distanza dall'estremismo rutilante, ricercando il minimalismo nella quotidianità, ma sempre attente ai fenomeni circostanti, tendenzialmente più rispettose dell'essere umano e più scrupolose nel formulare messaggi. Quasi in un ripiegamento concettuale, le videoperformance più attuali rappresentano attori fragili, sensibili e insicuri, che si pongono dubbi. Ma si tratta di un nichilismo positivo, una passività difensiva per garantire continuità al messaggio, una tattica di resistenza e perseveranza degna di Sun Tzu.

Constatando molte similitudini, si può affermare che la videoperformance contemporanea rappresenta la naturale evoluzione del pensiero di Joseph Beuys, uno degli artisti più influenti in questo ambito.


Joseph Beuys
"Filz-TV" (TV-Feltro), 1970

La risposta odierna della videoperformance è quasi un mea culpa: gli artisti tornano a considerare i limiti della propria esistenza, l'intimità spirituale o metafisica, rivolgendola alla coscienza collettiva e non tanto alla presenza fisica e visiva, la quale diventa solo un fronzolo estetico, comunque necessario come attrazione. Questa propensione è tesa ad arginare un movimento massificato che ha sviato, a correggere l'erronea interpretazione che evidentemente il pubblico ha dato alla performance storica, in quanto la masse sono ancora e sempre nella morsa del materialismo, per cui non hanno saputo cogliere il senso profondo di certe azioni che volevano rompere gli schemi mentali, non quelli pratici, ma che immancabilmente sono state riadattate per il pragmatismo dell'era consumistica, tanto da diventare fenomeno commerciale.


Branko Miliskovic
"Endling" (Ultimo superstite), 2013



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