L'inganno dell'Arte
Comprendere la percezione della realtà

di Jizaino, 12 aprile 2010


A molti è noto quel famoso aneddoto sul pittore trecentesco Giotto, che un giorno, ancora allievo a bottega, dipinse una mosca sul naso di una figura affrescata dal maestro Cimabue; la mosca era tanto ben dipinta che il maestro si accorse del trucco solo dopo aver provato a scacciarla con la mano diverse volte.
Cimabue cadde nell'inganno del suo allievo, e per questo lo ritenne un artista ormai capace e a lui superiore.
Questo aneddoto è forse il più classico esempio che ci ricorda che l'Arte si manifesta come inganno, e che l'Artista è colui che attua questo inganno al meglio.

In realtà l'Artista è solo un complice di quest'inganno, perché a ingannare in primis è l'immagine di per se stessa: l'immagine è inganno, è rappresentazione virtuale, parziale, relativistica e interpretativa.
Non per niente con la parola artificio intendiamo anche una mistificazione.

Ma, come vedremo, l'inganno dato dall'Arte offre una positiva opportunità a favore dell'osservatore.

Nella storia dell'Arte, l'inganno è stato una presenza costante e se ne hanno esempi fin negli affreschi dell'antica Grecia.

Nella stessa epoca, già il filosofo Platone si poneva la questione dell'inganno dato dall'immagine, e di come la percezione sensoriale possa ingannare il nostro senso della realtà.
Nel suo "mito della caverna" ipotizza la condizione di una persona rinchiusa fin dalla nascita nel fondo di una caverna buia, e incatenato in tal modo che possa vedere solo una parete della caverna in cui i suoi aguzzini, nascosti dietro a un muro, proiettano le tenui ombre di sagome animandole davanti a un fuoco.
Questa persona, non avendo mai visto il mondo esterno, crederebbe che la realtà siano quelle figure e gli echi che rimbombano. Questa persona, se fosse portata fuori dalla caverna in età ormai avanzata, avrebbe un trauma insopportabile nel rinnegare la sua "realtà", e di fronte all'opportunità di optare per un mondo di luce accecante probabilmente preferirebbe tornare alla sua condizione "normale" di segregato.

Il mito della caverna ci fa capire che l'uomo è naturalmente portato a credere alla sua percezione sensoriale. Platone, come gli artisti, si premura di mettere in guardia le persone da questo inganno.

L'inganno nelle arti visive venne definito col termine di Trompe-l'œil (inganna l'occhio) a partire solo dal periodo Barocco, epoca in cui trionfava questo genere di dipinti e affreschi, i quali erano il frutto degli studi sulla prospettiva divulgati a partire dal Rinascimento. I Trompe-l'œil avevano vari intenti: far sembrare un ambiente più grande o simulare aperture del soffitto verso il cielo grazie a false vedute; arricchire le architetture con decorazioni più economiche di quelle scultoree, quali fregi, colonne, statue e finestre finti (tecnica tutt'oggi utilizzata che prende il nome di quadraturismo); oppure come scherzi di stampo giottesco; e ovviamente come semplice dimostrazione delle proprie virtù pittoriche.


Andrea Mantegna
Affresco nella Camera degli Sposi
Palazzo Ducale di Mantova, 1473

Johann Heinrich Füssli
Trompe-l'œil, 1750
49 × 36,5 cm

Oggi l'arte pittorica di saper ingannare l'occhio è un po' sorpassata, siccome l'avvento della fotografia (e poi della grafica tridimensionale) ha vanificato il fine ultimo della pittura iperrealista, relegandola nel più puro virtuosismo tecnico.

In un periodo che ha visto crescere l'interesse per la fotografia, il famoso pittore surrealista René Magritte, ci ricorda l'insegnamento di Platone, che l'immagine è un inganno. Magritte, e tutto il Surrealismo, fonda la sua Arte su questo concetto di mendacia dell'immagine; concetto espresso in modo diretto ed emblematico dal suo più celebre dipinto "La trahison des images" (Il tradimento delle immagini), che riporta l'attenzione degli osservatori sul fatto che quella rappresentata sulla tela non è una pipa (ma è l'immagine di una pipa).


René Magritte
"La trahison des images", 1928-1929
Olio su tela, 63,5 x 93.98 cm

Ancora, verso la metà del XX secolo, un'altra corrente artistica si occupò in modo molto più specifico dell'inganno visivo: era la Op Art o Optical Art, che utilizza vere e proprie illusioni ottiche per porre l'osservatore di fronte a dei paradossi dimensionali.
Di nuovo l'Arte ci pone di fronte all'inganno dei nostri sensi, ma soprattutto di come anche il cervello sia fallace.


Victor Vasarely
"Vega - Tettye", 1976

Bridget Louise Riley
"Cataract 3" (particolare), 1967


Ma l'Arte e gli artisti, come anche Platone, si preoccupano di rendere cosciente l'osservatore di questo inganno; e per farlo usa lo stesso inganno. Non è quindi un caso se oggi l'Arte contemporanea non lo fa più solo visivamente, ma anche concettualmente, usando quei "pungoli intellettuali" propri dei filosofi.

Nell'Arte moderna questa volontà di smascherare l'inganno dell'immagine si fa sempre più presente, quasi come fosse un'autocritica, una denuncia della propria capacità di ingannare.
Ciò avviene in tutte le discipline artistiche, per esempio nelle sculture di persone che sembrano vere, create da artisti quali Duane Hanson prima e Ron Mueck dopo: in un'evoluzione tecnologica partita dalle statue di cera, questi artisti realizzano figure umane di fibre o polimeri dallo straordinario realismo, pur rimanendo soggetti evidentemente fasulli e surreali.


Duane Hanson
"Man with camera", 1991
Particolare, ~ 132 x 99 x 79 cm

Ron Mueck
Senza titolo (Shaved head / Testa rasata), 1998
Particolare, altezza 50 cm


Queste sculture non hanno soltanto lo scopo di ingannare l'osservatore fino in fondo, perché rappresentano situazioni spesso impossibili o in scala inferiore o superiore a quella normale, seppure visivamente realistiche. Queste opere vogliono vivificare idee intangibili, intuizioni filosofiche e metafisiche, ponendocele di fronte materialmente. In questo genere di opere è evidente la volontà di rendere l'inganno dell'Arte un'opportunità di elevazione cognitiva, di emancipazione percettiva. Vivificando l'irreale, l'osservatore ignaro o immemore dell'inganno arriva a comprendere la limitatezza della sua percezione della realtà.

Anche il duo svizzero Peter Fischli & David Weiss realizza sculture assolutamente realistiche di oggetti comuni e interi arredi riprodotti in fibre polimeriche e dipinti manualmente, per poi comporle in installazioni che sembrano veri luoghi disordinati e sporchi: sono dei Trompe-l'œil scultorei. Ma in questo caso, diversamente da Hanson e Mueck, e a parte le valenze concettuali e sociali dei soggetti proposti, la volontà di ingannare l'osservatore è totale: l'inganno è rivelato solo dalla conoscenza di trovarsi di fronte a delle riproduzioni, o dalle didascalie delle opere.


Peter Fischli & David Weiss
Senza titolo (Rotterdam), 2000-2004
installazione di riproduzioni dipinte a mano

Anche Thomas Demand è un altro artista contemporaneo che lavora con l'inganno percettivo: le sue opere consistono in fotografie di ambienti che appaiono assolutamente reali, ma che sono in realtà fotografie di modelli realizzati con del comune cartoncino. In questo caso l'inganno percettivo ha due stadi: la riproduzione materiale e quella fotografica. Anche quei pittori che ritraggono da fotografie sottopongono la realtà a due diversi stadi di riproduzione.


Thomas Demand
"Archive", 1995
stampa fotografica, 183.8 x 230.8 cm


Anche la fotografia e il cinema sono arti dell'illusione e dell'inganno. Molti ritengono che la fotografia sia un medium assolutamente veritiero, che ritrae la realtà per quella che è, tanto da essere utilizzata come prova inconfutabile in un processo.
Ma il realismo fotografico e il Neorealismo cinematografico non esistono: lo strumento cinematografico o fotografico è sempre un metodo per campionare, per mediare la realtà, oltretutto viene utilizzato da un essere umano che ha una propria visione della realtà, e quindi compierà delle scelte suo malgrado.
La più grave mancanza di questi media sta nell'omettere la totalità della realtà, in quanto sono delle finestre finite, sono visioni parziali, sia nel tempo che nello spazio, da cui filtra una immagine della realtà: l'immagine che è inganno.
Un esempio eclatante di fotografia mistificatoria è il celebre caso di "Le Baiser de l'Hotel de Ville" di Robert Doisneau, di cui ho già parlato in questa scheda della Collezione.

Quello che importa non è tanto se l'opera rappresenti o no la realtà delle cose, ma è il messaggio che porta, anche grazie all'inganno: l'immagine deve essere considerata per quello che trasmette, ma senza pretendere che abbia un legame con la realtà.

Nel cinema, che è forse la più illusoria delle arti, torna a essere esposto il classico mito della caverna. Film quali "The Matrix" dei fratelli Watchowski non fanno che riportare in auge la basilare idea di Platone, rimodernandola con situazioni più consone all'era moderna. In "The Matrix" come in altri film del genere, quali "The Truman Show", colui che viene "portato fuori dalla caverna" vede crollare il proprio mondo di fantasia che è sicuramente più invitante, perfetto e accogliente della cruda realtà, e come nel mito potrebbe preferire la caverna.

Da "The Matrix" è un attimo arrivare all'ultima frontiera dell'inganno: la Realtà Virtuale, che però oggi rappresenta quel terreno in cui l'Arte perde la capacità di mettere in guardia dall'inganno dell'immagine, essendo dominio precipuo della serpeggiante volontà, fortunatamente di scarso successo, di proporre l'inganno come realtà alternativa, spesso per riscattare una vita reale opprimente.
Così nella Realtà Virtuale sorgono mondi sempre più sfavillanti e invitanti, comunità di anime che scelgono la propria caverna platonica.



Anche nella Natura viene utilizzato l'inganno percettivo e sensoriale, ma in questo caso si parla di mimesi protesa alla sopravvivenza: le creature si difendono mimetizzandosi e camuffandosi, sia per sfuggire alla vista del predatore, sia per sembrare minacciosi e impaurirlo.

Dal punto di vista sociale, l'inganno dato dalla fallacia percettiva è un aspetto della nostra psiche che viene accademicamente studiato e sfruttato a scopo commerciale: dalla pubblicità, ai messaggi subliminali, alla stimolazione multisensoriale che instilla associazioni tra prodotti di consumo e pulsioni.
Volendo completare questa panoramica sulla capacità mistificatoria dell'Arte, anche il trucco estetico è un esempio di pratica sociale finalizzata a ingannare il prossimo, migliorando l'aspetto estetico di una persona, ossia creando un artificio, un'alterata percezione della realtà.


Rivelazione dell'inganno artistico

L'immagine è inganno; come si dice: l'apparenza inganna.

L'Arte è finzione, artificio, inganno. Ma questo inganno è attuato a scopo benefico, umanitario: l'inganno dell'Arte si confessa manifestandosi per quello che è, quindi diventa monito che rivela la mistificazione.
L'Arte serve a questo: andare oltre, infrangere i limiti delle Realtà Virtuali, gettare luce nella caverna rendendola visibile alle persone che talvolta vi si ritrovano imprigionate a loro insaputa.

Da sempre la funzione dell'Arte è quella di andare oltre e riportare; è la capacità di vedere oltre i limiti della nostra percezione mistificatrice e saper comunicare profeticamente a chi è ancora intrappolato entro quei limiti. Così come facevano gli uomini primitivi, che raccontavano agli altri ciò che avevano visto nelle praterie disegnandolo sulle pareti delle caverne.

Jizaino -