Morte di un writer
Intelletti rubati alla libertà

di Jizaino, 28 agosto 2013


Sono giunto casualmente a questa vecchia notizia risalente al 2010, ma non è mai troppo tardi per esprimere le proprie opinioni quando se ne sente la necessità; d'altronde l'ho già fatto con opere risalenti al Rinascimento e un po' rimarca quanto ho già sostenuto nella mia analisi della vita di Caravaggio.
Eron, un writer cresciuto sulla strada e che col tempo ha guadagnato meritati riconoscimenti, ha ottenenuto commissioni istituzionali e partecipazioni a importanti eventi, nel 2010 dipinse la volta di una chiesa, ma non di nascosto, bensì su commissione.
È stato il primo writer al mondo ad aver decorato una chiesa, e per quanto ne so anche l'ultimo, fortunatamente.

Ognuno è libero di fare ciò che vuole, ma qui abbiamo raggiunto il tradimento, constatando purtroppo che, col tempo, quasi sempre il successo corrompe e addolcisce chiunque, seppure Eron non sia mai stato uno dei writer più estremi.
Il movimento hip-hop, il graffitismo, la street art e la urban culture, sono sempre state espressioni popolari di dissenso, connotate fortemente dalla denuncia, spesso ironica o satirica, ma chiaramente schierate contro le ingiustizie e le egemonie del potere.
Con tutta l'empatia per l'arte che ha saputo esprimere Eron agli inizi, è ancora il caso di definirsi un writer? Non a caso da allora il suo agire artistico è diventato molto nostalgico.

Stiamo assistendo a molti esempi di cedimento: writer eccessivamente poetici, inconcludenti, che scimmiottano quell'arte contemporanea "astensionista", che non hanno il coraggio di dire alcunché rimanendo entro il politically correct, amanti solo del virtuosismo tecnico e dell'estetismo, dell'esercizio dello stile.
Cari writer, svegliatevi, siate forti e inflessibili, oggi più che mai il potere che relega i popoli all'emarginazione sta corrompendo anche le menti, cercando di mettere a dormire ogni forma di dissenso.

Non si può giustificare che per decorare una chiesa non si possano proporre temi inadeguati, perché il punto fondamentale è proprio che non si doveva prestare la propria opera per abbellire una chiesa, in quanto anche il Vaticano, oggi più che mai, fa parte di quel sistema politico di connivenza con le strategie del potere che sono responsabili di tutte le ingiustizie e i mali contro cui i writer, almeno alcuni, si sono sempre battuti. Non sarebbe stato meglio denunciare qualche scandalo con un bel graffito non autorizzato?
Quest'esempio di Eron sembra proprio un episodio funzionale all'ingerenza, ossia la millenaria intrusione, del potere religioso nell'Arte, la quale è, e deve rimanere, un libero sentimento dell'espressione umana, individuale, non soggetto ai necessari adattamenti contenutistici (autocensura) e alle lusinghe della remunerazione da parte dei committenti.
Proprio in quell'anno e negli ultimi tempi, questo processo di infiltrazione della religione nella dimensione artistica si è nuovamente rafforzata, sia con la convocazione a un convegno di tanti artisti influenti da parte di Benedetto XVI, sia con l'attualissimo esordio del Padiglione Vaticano alla 55a Biennale d'Arte di Venezia (che presto recensiremo) guidato dal Cardinale Ravasi, il quale disse: "dobbiamo ricostruire il dialogo interrotto tra arte e fede", ovviamente per piegare questo potentissimo mezzo di persuasione, forse sfuggito dal loro controllo, ai voleri del potere.
La Chiesa nei millenni ha sottratto i migliori artisti alla loro libera espressione, potendo corromperli con le sue immense ricchezze, rendendoli famosi e premiandoli col suo oro, che ha usato in questo senso con metodo coercitivo piuttosto che col fine di liberare le persone e le anime.
Lo spirito non ha bisogno di una Chiesa, la quale serve solo al potere materialista.



Ma analizziamo l'opera: Eron dipinge un bellissimo e fotorealistico cielo, seppur con delle nuvole grigie foriere di pioggia; poco sotto pone in bilico sul cornicione un eccellente trompe l'oeil raffigurante un writer munito di ali da angioletto nell'atto di disegnare stilizzate colombe dorate che volano fino a congiungersi con le loro rappresentazioni realistiche che si liberano nel cielo dipinto sulla volta.
Non so se il nostro autore volle coscientemente esprimere un concetto preciso con questo murale o se invece si è lasciato trasportare dalla propria vena poetica e dalla sensibilità nell'operare in un ambiente religioso, ma quello che io vedo in quest'opera è la morte del writer, la sua rinuncia a ribellarsi al potere: un writer, isolato e grigio, sta su un cornicione, tipico tòpos del suicida, il quale disegna delle colombe, da sempre simbolo di volo dell'anima e di sacrificio, e quindi di morte. Il messaggio per me è più che chiaro: writer, siete in una posizione pericolosa, smettete di dissentire e piegatevi ai potenti.



Jizaino -